• mercoledì , 23 Settembre 2020

Il tempo e il lavoro, partita aperta

Lavorare meno, lavorare tutti. Il vecchio slogan del ’68 sembra tornare in auge in questi tempi di crisi del lavoro e di mondo digitalizzato. E’ proprio di questi giorni la notizia della holding giapponese Uniqlo che sperimenta sui suoi dipendenti l’idea di una settimana “corta”: quattro giorni di lavoro e tre di weekend lungo.

Uniqlo Opening

Di occupazione flessibile si parla da tempo. La conquista delle otto ore giornaliere spalmate su cinque giorni la settimana in qualche modo è superata e spesso annullata a causa della rivoluzione digitale. Sono tanti quei lavoratori che, con la scusa di cellulare, pc e tablet non finiscono mai il loro orario perché inseguiti anche a casa o in vacanza dai loro impegni attraverso la rete. Se infatti la tecnologia digitale ha da un lato sveltito i processi lavorativi, dall’altro ha creato un vero e proprio cordone ombelicale nel quotidiano di ciascuno, legando a doppio filo vita privata e impegno professionale. Quante volte si vedono uomini sotto l’ombrellone che discutono di lavoro al cellulare o persone che approfittano del wifi al bar per concludere affari al computer..

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La decisione della Uniqlo dunque va controcorrente, mentre dall’altro lato imperversano le polemiche sui dipendenti di Amazon chiamati a lavorare a tutte le ore del giorno e della notte. L’ufficio dell’ONU che si occupa di lavoro ha commentato positivamente la scelta della settimana corta che aiuterebbe salute, ambiente e produttività, contribuendo a un benessere generalizzato.

In Italia da anni si parla di flessibilità d’orario e di part-time, ma un cambiamento decisivo, anche di pensiero, non ha mai realmente preso piede. Riflettendo a bocce ferme, una società dove ciascuno possa lavorare cinque ore al giorno risolverebbe in effetti molti problemi sociali. L’occupazione femminile ad esempio se ne gioverebbe, conciliando con facilità lavoro e cura dei figli. Di conseguenza anche i ménage famigliari risulterebbero più facili, nel senso di una migliore divisione dei compiti che influirebbe anche su una parità sessuale concretizzata nella vita di tutti i giorni. Probabilmente diminuirebbe la percentuale dei divorzi in una società ideale dove ciascuno lavorasse il giusto e avesse del tempo da dedicare alla famiglia. Per non parlare di tutte le patologie psicologiche e fisiche dovute al super lavoro, con i relativi costi umani e sociali.

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La strada però pare ancora molto lunga. La globalizzazione e la spietata concorrenza economica del nostro tempo non favoriscono nuovi sistemi basati su idee di questo tipo. La nostra epoca non trova spazio per la visione. Mai come oggi il mondo non sembra avere il suo centro nell’uomo.

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