• martedì , 18 Giugno 2019

Oltre il reale con Roberto Davico

È stata inaugurata venerdì 18 ottobre alla Società Promotrice delle Belle Arti in Torino (via Balsamo Crivelli 11 – Valentino) una mostra personale dell’artista, a noi forse più noto come insegnante di Storia dell’Arte, Roberto Davico.

Sono presenti in mostra una settantina di opere, per lo più di piccolo formato, i cui soggetti variano da paesaggi di fantasia e fiori a vere e proprie composizioni astratte.

Questa scelta non è una novità: il Professore espone infatti selezioni delle sue opere ogni tre anni circa, perché, come lui stesso sottolinea, «arriva un momento in cui ogni artista sente il bisogno di mostrare ciò che fa». Si ricordano la prima esposizione collettiva a Londra nel 1993, le prime mostre personali a Torino presso la Galleria Micrò, e le triennali al Piemonte Artistico Culturale, con il passaggio alla Promotrice – di cui è socio – avvenuto quest’anno.

Abbiamo raggiunto il Professore reduce da un stancante consiglio di classe, e ci ha comunque dedicato del tempo prezioso per potergli porre qualche domanda sul mondo, affascinante e per noi studenti quasi sconosciuto, del “Davico pittore”.

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Il prof. Davico (a destra), in compagnia del prof. Borrione durante l’inaugurazione della mostra.

 

Partiamo dagli inizi… Come è nata la sua passione per la pittura?
Forse non tutti sanno che non sono sempre stato solo un insegnante; dopo la laurea in Architettura al Politecnico di Torino ho infatti esercitato la professione di architetto per molti anni. Quando ho iniziato pian piano a ridurre questo impegno, è venuta a mancare quella piccola ma importante parte creativa che è sempre presente nel lavoro dell’architetto, e da lì è nato l’interesse per la pittura.

Noi tutti allievi abbiamo ben presente l’immagine di lei in classe che, con assoluta precisione, ripassa una circonferenza sulla lavagna finché non è perfetta. Dal disegno tecnico all’astrattismo della maggioranza delle sue opere… Come mai queste differenze?
Sono un docente di un Liceo Scientifico, e pertanto sono chiamato a insegnare geometria descrittiva (disegno tecnico, ndr.). Il disegno a mano libera, la pittura sono un’altra cosa. Direi però che la materia che insegno ha molto a che fare col mio vecchio mestiere di architetto.

La domanda che tutte le persone che la conoscono si saranno probabilmente poste di fronte ai suoi quadri… Che cosa la porta a dipingere?
Per me, come per ogni artista, fare arte è mettersi alla ricerca della bellezza.  Può sembrare un’affermazione esagerata, arrogante, ma è così. L’amore per la bellezza è qualcosa di innato, è una realtà interiore che aspira a crescere, a svilupparsi; è presente in ognuno di noi, anche se in forme diverse; per me è una realtà importante, e dipingere mi permettere di esprimere qualcosa che è parte della mia identità.
Ora, più vado avanti più mi rendo conto come sia difficile avvicinarmi al bello, tant’è che solo un decimo dei miei lavori vengono poi esposti: non tutti riescono come vorrei. So di essere in buona compagnia: persino Leonardo era scontento di ciò che faceva e diceva che la sua mano non era all’altezza della mente. Ma forse i risultati non sono poi così importanti, importante è assecondare questa spinta interiore, nutrire questo bisogno di bellezza, cercarla.

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Una delle opere esposte. Composizione a 9, 2014 – acrilico su tavola

Perché l’astrattismo?
Non sono un vero astrattista, anche se più passano gli anni, più vado verso l’astratto… forse mi rendo conto che non è tutto bello ciò che mi circonda.
In ogni caso i miei quadri hanno sempre un riferimento al reale. E questo perché amo la natura, il paesaggio. Non copio dal vero perché non sono poi così bravo a copiare e finirei per cadere nella mediocrità, ma forse anche perché non nutro un vero interesse per questo tipo di pittura; attingo dalla memoria, dipingo le cose che vorrei vedere, e in questo la fantasia ha un ruolo fondamentale.

Da dove arriva la sua tecnica?
Utilizzo una tecnica molto personale e inusuale, messa a punto in anni di lavoro. Prima stendo il colore, poi dal colore ricavo la forma – strano, vero? –. La stesura del colore mi impegna molto, è la parte difficile del  lavoro; stendo il colore a strati spessi, a volte più strati di colore che poi raschio con carta abrasiva per far emergere gli strati sottostanti; per questo motivo non dipingo su tela, troppo sottile e delicata,  ma su tavole di legno artificiale  o compensato, e uso colori acrilici perché asciugano più in fretta di quelli ad olio e mi permettono di proseguire subito il lavoro. Quando il fondo è a posto ci disegno sopra con un pastello nero, in modo rapido e gestuale; talvolta ripasso il disegno con il nero per evidenziarlo meglio o per tenere separati i colori.  Il mio è un lavoro manuale, da artigiano più che da artista – ma in fondo qual è la differenza? –. Non sono un pittore da cavalletto, non dipingo in salotto in giacca e cravatta come faceva Magritte: quando dipingo devo indossare abiti e scarpe da lavoro.

Che cosa vuole comunicare con le sue opere?
Penso che un quadro debba essere qualcosa su cui posare gli occhi per riposare il cuore e la mente, per ritrovare la vita, e per questo deve comunicare sensazioni positive. Tant’è che se un quadro è cupo, triste per i colori o per il soggetto, lo scarto! Il miglior complimento che la gente mi possa fare è quello di sentirsi rasserenata dai miei quadri, “vitalizzata”.

 

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Per concludere distaccandoci dal suo lato artistico… Pochi sanno tra noi allievi del suo passato da architetto…
Sì. Ho svolto la professione di architetto dal “lontano” 1976, fino al 2000, quando ho definitivamente chiuso; è stata una parte importante della mia vita. Ho cominciato ad insegnare a Valsalice più tardi, nel 1987; all’inizio erano poche ore e le due attività potevano convivere, poi col tempo l’impegno scolastico è aumentato e ho dovuto scegliere – e non sono scontento della mia scelta!

La mostra rimane aperta fino al 18 ottobre. Gli orari di apertura sono: 11:00-13:00/16:30-20:00 Festivi: 10:30-12:30 – Lunedì chiuso.

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