• martedì , 20 Ottobre 2020

Notte degli orrori a Parigi

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Alla ridda spesso scomposta, alcune volte sguaiata dei commenti a caldo dopo le stragi di Parigi non abbiamo voluto unire la nostra voce. La sardana stordente e spesso autoreferenziale dei post su Facebook e sui social network non ci appartiene. Perchè c’è il momento di esternare e quello di tacere, riflettere e pregare. Abbiamo appeso per qualche giorno le nostre cetre alle fronde dei salici perchè il dolore è silenzioso e non urlato. Oggi, a mente più fredda, lasciamo la parola ai ragazzi che a decine hanno chiesto di potersi esprimere, di potere esprimere le loro sensazioni dopo i fatti ben noti di venerdì scorso. [P. ACC.]

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Immagina. Un venerdì sera come un altro, di essere allo stadio, circondato da una folla entusiasta di tuoi fratelli. Di sentirti gioiosamente parte di un gruppo con cui godere di un momento di festa. Immagina. Di sedere ad un tavolo con alcuni amici, gustandoti una deliziosa cena cambogiana. Immagina inoltre di lasciarti trasportare dalla musica della band che hai tanto atteso, in un locale gremito di fans, pronti a condividere quest’esperienza fantastica con te.

Immagina che questa euforia, questa spensieratezza, questa gioia vengano tutte improvvisamente meno. Che la persona che fino a qualche istante prima festeggiava – almeno apparentemente – con te, si trasformi nel tuo carnefice. Senza nessuna paura, senza ritegno, senza pietà.

Questo è ciò che hanno vissuto le migliaia di persone che sono state interessate dai numerosi attentati che hanno colpito Parigi la notte scorsa, venerdì 13. A cominciare da poco dopo le nove di sera, prima al Petit Cambodge, poi al Bataclan, e contemporaneamente allo Stade de France; tanti, troppi sono gli altri bersagli in questa notte degli orrori. (Where did the Paris terror attacks take place? – CNN)

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I tifosi invadono il campo dello Stade de France dopo le tre esplosioni.

 

Terrore. L’unico, tragico strumento che questi «guerrieri di Dio» hanno per acquisire un po’ di credito presso noi occidentali infedeli; il loro messaggio è: “Siamo ovunque, e siamo in grado di colpirvi nel cuore della vostra civiltà”. Come combattere un tale fenomeno?

Recitava M nell’ormai penultimo episodio di 007, Skyfall: viviamo in un mondo dove «non sappiamo più chi sono i nostri nemici, non sono più rintracciabili, non sono nazioni, sono individui. Guardatevi intorno, di chi avete paura? Vedete una faccia? Una divisa? Una bandiera? No. Il nostro mondo non è più trasparente ora, è più opaco, è nelle ombre che dobbiamo combattere». Viviamo in una realtà in cui non sappiamo distinguere un amico da un nemico, viviamo nel sospetto. Predichiamo per l’integrazione, ma allo stesso tempo non ci fidiamo, non possiamo fidarci delle persone che accogliamo in casa nostra. Come combattere un tale fenomeno?

Spopolano sui social network immagini e post di solidarietà: we all #prayforparis. Ma ci chiediamo: quanto davvero sentiamo questo problema come nostro? Che cosa siamo disposti a fare a proposito? Riconosceremo tutti quanti che una frase, una foto della Tour Eiffel non saranno mai abbastanza per ripagare la morte ingiusta di oltre un centinaio di persone… ma almeno è già qualcosa! D’altra parte è forse ben poco ciò che possiamo fare.

Quanti di noi si informano abitualmente di quello che succede nel mondo, si interessano in prima persona di indagare sui fatti? «Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case, / Voi che trovate tornando a sera / Il cibo caldo e visi amici: / Considerate se questo è un uomo», un uomo dedito alla guerra, quella stessa guerra che un Dio predica contro gli infedeli. Un uomo capace di uccidere uno ad uno i cento ostaggi rinchiusi in un teatro. Colpo dopo colpo, un conto alla rovescia verso l’attimo in cui toccherà anche a me.

«La jihad, la jihad sai per me è un dovere, non c’è scelta: la terra musulmana è in mano ai senza Dio, agli sciiti infami, la jihad viene prima dei figli del mangiare della casa del paese, devi combatterli con la parola i soldi le armi le leggi. Morire vivere… Parole, ci sono mujaheddin che combattono da 30 anni e sono ancora vivi altri che sono morti dopo un’ora… Decide Dio. Quello che voi occidentali non potete capire: avete perso la voglia di combattere per la fede, la religione per voi funziona come per me il commercio, ma quello che è importante per me, per noi, è essere puri nel momento in cui ci si separa da questo mondo, avere una fine felice. […] Voi occidentali siete più forti: per il denaro, i mezzi, le armi che avete. Ma proprio per questo avete paura di morire e volete vivere a tutti i costi. Noi no.» (da La Stampa, 12/11/2015)

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Uno dei sopravvissuti all’attentato al Bataclan.

«Allah u-Akbar». Questa incitazione di cui troppo spesso ci prendiamo gioco, ma che mai come ieri notte è risuonata così letale. Un grido di morte. Ci hanno colpito nel cuore del nostro vivere: in uno di quei tanti momenti in cui noi occidentali mostriamo il nostro insensato attaccamento alla vita, il nostro amore per il piacere, futile piacere. È stato un attacco ai nostri ideali, quegli ideali che tanto ci contestano, data la “purezza” del loro essere.

È triste ammetterlo, ma anche questa volta hanno vinto loro. Alla distanza di dieci mesi dalla tragedia di Charlie Hebdo, nonostante parate, promesse, #jesuischarlie di ogni sorta… hanno vinto di nuovo loro. Fino a dove siamo disposti ad arrivare noi occidentali per difendere i nostri valori… se di valori ancora si parla?

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