• martedì , 22 Settembre 2020

"Se non li tocchi, non capisci"

La popolazione mondiale si è schierata. Negli ultimi giorni molti si sono espressi sul web. Chi a favore di una tesi, chi di un’altra. Chi “pray for Paris“, con tanto di bandiere tricolori francesi, chi invece, ricorda l’indifferenza nei confronti delle vittime di Beirut, Siria e chi sa quale altro paese medio orientale. Al di là della mediocrità delle affermazioni del “vulgo”, si possono trovare pareri più insigni. Come quello di Domenico Quirico, inviato de La Stampa ed uomo di forte integrità morale, che si è espresso riguardo all’accaduto, al teatro Valdocco di Torino, il giorno dopo le stragi di Parigi. Ecco dunque la lettura dei fatti da parte di un giornalista, inviato di guerra, prigioniero per cinque mesi in Siria ed esperto conoscitore del mondo islamico e mediorientale.

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Quirico ha incominciato differenziando le tipologie di guerre del Terzo Millennio. Ci sono i fanatismi, ovvero guerre di religione per così dire “sante“, e conflitti ipertecnologici, le cosiddette guerre “dei ricchi”, che utilizzano tecnologie all’avanguardia invece di cavalieri e fanti muniti di passamontagna. Lo scontro che in questo momento sta interessando tutto il mondo è il primo: il fanatismo. Quello senza regole, primitivo: niente  prigionieri, solo la morte del nemico, la distruzione totale dell’individuo. L’ ISIS, o Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, ha come fine proprio questo: l’eliminazione di tutti gli infedeli, gli impuri occidentali.

Dopo aver chiarito ciò, il reporter de “La Stampa”, ha cercato di far luce su come, questo “esiguo” gruppo di amanti privilegiati di Allah sia riuscito a mettere in ginocchio la Francia. Ma anche l’Europa e il resto dell’Occidente. E’ fornito di una strategia, di un progetto politico ben definito: occupare, amministrare, conquistare, annientare. Hanno occupato il territorio della Siria fino all’est dell’Iraq, sfruttando il conflitto avvenuto fra il regime di Assad e la parte sunnita della popolazione. Amministra tutt’ora quelle terre e quella popolazione e ha come scopo quello di annientare tutti gli impuri, che siano infedeli oppure musulmani traditori, che, pur dichiarandosi tali, imitano chi «noi diciamo di essere» (usando le parole di Quirico). E ce ne furono 150 in meno. Altro fattore, alla base della sempre più forte imposizione della presenza del Califfato, è la presenza di alcuni «sostenitori». Questi paesi, alcuni dei quali identificati come l’Arabia Saudita, il Quwait e la Turchia, finanziano le file dell’esercito islamico, tutto l’apparato delle pubbliche relazioni e qualsiasi azione terroristica.

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Domenico Quirico si è poi molto soffermato sull’idea che molti si sono fatti su questi terroristi. E’ errato infatti identificare gli attentatori come reietti, allontanati dalle società in cui vivono, o persino «falsi» migranti arrivati coi barconi. Questo è quello che molti vogliono pensare, perché è più facile fermarsi in superficie che scavare a fondo nel tentativo di capire chi sono. La verità, secondo Quirico, è che questi jihadisti, cioè coloro che decidono di intraprendere la loro personale battaglia contro l’Infedele, hanno in mente un solo scenario possibile per se stessi: la morte. Uccidersi uccidendo, come gesto che gratifica e nobilita. Infatti nell’uccidere un uomo l’unico pensiero presente nella loro mente è : «Grazie Dio, ti ringrazio perché hai guidato la mia mano», come riportato nell’intervista al jihadista Abu Rahman. Chi, come questo professionista della «guerra santa», entra a far parte di questa organizzazione, viene ricodificato. Avviene un vero e proprio processo di riprogrammazione e cancellazione dell’identità precedente. E qui si arriva all’interrogativo più importante del discorso: capire il motivo che spinge individui ben inseriti in una società occidentale, immersi negli usi e nei costumi di queste civiltà, ad entrare in una moschea radicale ed a farsi cancellare come individui, per poi rinascere come armi di Allah. Il fascino della persuasione della parola? Per ora non è dato sapere la risposta, ma la soluzione di ciò, con conseguente riduzione di adesioni al Califfato, è il primo piccolo passo verso la fine di questo contrasto.

Ma non tutto il male arriva dal Medio Oriente. Perché alcuni comportamenti, tenuti dalle grandi potenze occidentali, hanno contribuito ad allargare le fila dell’IS. Se si facesse una breve analisi di coscienza, si capirebbe come la loro «propaganda siamo noi» e come i «nostri errori sono i loro migliori alleati». Di fatto, stringendo legami con i regimi, che per anni hanno percosso e martoriato le popolazioni autoctone, e accettando che venissero compiute determinate barbarie, abbiamo nutrito lo Stato Islamico. L’abbiamo ingozzato di nuovi volontari, cosi da fare il suo gioco.

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Sul finire della coinvolgente discussione, Quirico si è preso, indirettamente, ad esempio. Esempio di ciò che può, e deve, fare il buon reporter, quando avvengono fatti di siffatta natura. Partendo dall’esperienza della prigionia, arrivando fino ai suoi ultimi viaggi, uno solo era l’elemento comune: l’esperienza diretta. Proprio quella, è l’unico elemento che deve essere sempre presente nel lavoro di chi, come Quirico, cerca di raccontare, trasmettere ciò che succede e ciò che si respira in situazioni come quella parigina. Perché, individui, come i kamikaze di venerdì, non possono essere compresi da dietro ad una scrivania, ma devono essere toccati con mano. E questa voglia di esserci, di essere lì per toccare, per poi cercare di portare alla luce aspetti oscuri di queste disgrazie, non può essere disgiunta dal giornalista. Non deve.

Domenico Quirico: un piccolo uomo in un grande paese del Male.

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