• lunedì , 30 Novembre 2020

Raccontare la guerra

È impossible restare in silenzio davanti a una strage come quella di Parigi. É impossibile e sbagliato, ma viene spontaneo chiedersi se ciò che ha seguito gli eventi delle sera del 13 novembre non sia stato anche peggio. Quella sera un fiume di notizie, articoli, video, immagini si è riversato nel web.

Poi lo sconcerto, la paura, il risentimento, l’ira sono dilagati nell’universo di Facebook: ognuno indipendentemente dall’età o dalla nazionalità ha espresso il proprio parere. Questo è il potere dei social media. Sono talmente radicati nel nostro stile di vita da aver trasformato completamente la modalità di diffusione delle informazioni, il modo in cui interagiamo con ciò che ci circonda.

Se pensiamo agli attentati avvenuti nella capitale francese, non possono non venirci in mente i tricolori che hanno invaso Facebook. Nell’epoca dei social network anche la guerra – se di guerra si tratta- non é più quella di prima. Proprio perché non lo è più la comunicazione: nel corso della storia queste due componenti si sono sempre influenzate intrecciandosi.

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 Vietnam

Un chiaro esempio in cui si è espresso il legame tra gli scontri armati e la comunicazione è stato la Guerra del Vietnam. Quest’evento bellico, infatti, è stato il primo a essere raccontato da un nuovo media, la televisione, divenuto con i conflitti fondamentale per la propaganda della guerra e per il controllo dell’opinione pubblica.

In seguito all’attacco dei vietcong alle navi americane, gli Stati Uniti decisero di intraprendere un politica di difesa. In questo clima di tensione, violenza, paura e crudeltà i mass media non trovarono alcuna censura. Inizialmente, però, la guerra e, in particolare, la controffensiva americana venne narrata come una marcia trionfale giustificata dal pericolo costituito dal comunismo. Gli Americani sono eroi, uomini guidati solo dal coraggio e dal patriottismo.

A questa telecronaca soft priva di violenza e scene crudi, si contrappone quella realistica e angosciante del periodo seguente al 1968. Di tutto questo si sente testimone lo spettatore che vede questi conflitti come teatralizzazione della guerra al cui interno vi è l’eroe americano e l’antieroe vietcong.

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Guerra del Golfo

Questa guerra ha sfruttato la rete televisiva per vendere l’azione militare statunitense, infatti l’atto finale della guerra è stato trasmesso dalla televisione.

I comandanti militari delle  forze multinazionali tenevano riunioni ogni giorno  in cui fornivano dati, numeri e soprattutto immagini della guerra aerea, computerizzate o riprese da cineoperatori militari.

Nei primi giorni del conflitto le reti televisive facevano “immergere” gli spettatori nello scenario  di guerra. Di fronte a determinati avvenimenti ci si iniziò a chiedere se fosse stata una guerra o solo lo spettacolo di maggior successo della stagione televisiva.

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Ruanda

Il conflitto avvenuto in Ruanda nel 1994 che vide contrapporsi da una parte gli Hutu (popolazione più povera), dall’altra i Tutsi (i ricchi) fu il più grande massacro di massa dopo la seconda guerra mondiale (si stimano un milione di morti). Il pretesto con cui gli Hutu cominciarono il massacro (all’arma bianca, con machete acquistati in Cina) fu l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava il dittatore del Ruanda Juvenal Habiarymana (Hutu) al potere dal 1973.

La colpa fu attribuita ai Tutsi e da quel momento iniziarono le persecuzioni che sfociarono appunto nel genocidio del ‘94. La selettività etnica introdotta dai Belgi tra i due ceti fu il motore di questo odio. Ma era tutto previsto, il governo ruandese aveva già pianificato il massacro e scritto le “liste nere” di coloro che doveva essere ucciso.

La rivolta terminò a luglio quando il generale dei Tutsi Paul Kagame, che nel 2003 fu eletto presidente, contrastò gli Hutu. Strano fu il disinteressamento delle forze dell’ ONU, che lavandosene le mani abbandonarono il territorio lasciandolo in preda al caos. Ma è certo che molte potenze globali (come Francia e America) spinti da enormi interessi fomentarono gli scontri .

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Parigi, Vietnam, la Guerra del Golfo, il genocidio in Ruanda: sono solo alcuni degli innumerevoli casi in cui le informazioni hanno giocato un ruolo fondamentale nei conflitti armati. E parlando di guerra e di comunicazioni non si può non parlare di giornalismo di guerra, di inviati di guerra. Inviati che vivono la guerra per raccontarla, che credono nel valore dell’informazione. Inviati come Quirico che nella sua mostra ad Asti racconta “cento anni di guerre nei reportage dei cronisti de La Stampa”.

Per capire meglio chi è il cronista di guerra e come raccontare i fatti bellici, la redazione del Salice si è recata al Palazzo Mazzetti di Asti per visitare la mostra “Dal nostro inviato al fronte”, allestita da proprio da Domenico Quirico.

In redazione preliminarmente abbiamo lavorato sui giornali e sugli articoli scritti dai giornalisti in prima linea facendo un breve excursus sulla storia del giornalismo di guerra, analizzando le prime pagine dei quotidiani e confrontando le diverse specifiche di scrittura. Ci siamo poi soffermati sulla figura di Domenico Quirico, leggendo diversi suoi pezzi, alcune pagine del suo libro “Il paese del male” ed ascoltando le sue parole regalate alla nostra scuola durante il suo intervento un paio di anni fa.

Insomma, un percorso a 360 gradi che ha permesso alla redazione di affrontare preparata la visita alla mostra, come dimostrano il nostro storify e le nostre conclusioni.

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