• domenica , 27 Settembre 2020

Trema la terra in Vietnam

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A novembre la redazione del Salice si è recata a Palazzo Mazzetti di Asti per visitare la mostra “Dal nostro inviato al fronte” allestita da Domenica Quirico. Nell’ambito della visita era possibile partecipare ad un workshop che prevedeva la stesura di un articolo di guerra da inviare poi a La Stampa. La nostra Margherita Penna ha redatto questo pezzo che è stato letto, apprezzato e commentato direttamennte da Domenico Quirico, che ringraziamo di cuore. Ecco l’articolo e il parere dell’inviato de La Stampa.

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Trema la terra sotto gli scarponi al passaggio dei Caccia F-5, mietitori di soldati, e degli elicotteri UH-1H, salvezza invece per l’infinità di feriti. La morte e la vita producono lo stesso frastuono qui, in Vietnam.

Il turbinio dei motori stordisce i soldati, rintanati in questa fitta distesa verdeggiante, la giungla, e nel chiarore di questa mattina di aprile, non dà loro tregua il cielo stesso. Piovigginante e plumbeo.

Gli uomini, catapultati in questo punto geografico ignorato all’Occidente, sono costantemente bombardati dai colpi dell’artiglieria pesante, celata dall’intricata vegetazione di questa zona. Nascosti sono anche i vietcong, introvabili ed invisibili. E’ un nemico che non si vede, quello che i soldati americani stanno combattendo, e questo fa ancora più paura. Ma alcuni guerriglieri vietnamiti, caduti in un’imboscata della fanteria, sono catturati e fatti prigionieri. Non dicono una parola, e con sguardo sprezzante, rifiutano persino una Lucky Strike.

E’ questa l’arma, che non potrà mai essere eguagliata e sconfitta: il loro odio. Quello che li conserva e li infiamma, anche davanti all’inevitabilità della morte. Nel campo, allestito nei meandri più profondi di questa macchia verde, ogni senso è maciullato. La vista dei cadaveri allineati ma scomposti fianco a fianco e l’incessante rumore di mitragliatrici e carri armati, estensioni ai limiti naturali dell’uomo. E inoltre, l’odore acre di carne bruciata, quello del sangue che irriga la terra e l’afrore tipico dei soldati che, isolati quasi completamente, se non per sporadici carichi occidentali, portano da Saigon a Vung Tàu la loro consumata uniforme e la loro giovane età. Un esiguo gruppo, brufoloso e armato, in parte inconscio del proprio ruolo in questa guerra, rischia la vita per combattere l’odio vietnamita.

Particolari sfocati che determinano una sola, nitida condizione: il silenzio. Quello che si avverte dopo un raid aereo sopra alle tane dei vietcong. O quello che accompagna la ricerca delle piastrine al collo dei numerosi, macilenti cadaveri. Qui, in Vietnam, il silenzio è condizione immanente di una realtà cristallizzata.

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“Racconto molto ben ritmato, c’è il coraggio di usare la parola odio…” …portano le loro uniformi e la loro giovane età….Ben scritto”

DQ

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