• mercoledì , 23 Settembre 2020

In bilico tra mediocrità e tradizione

L’Epicureismo insisteva sull’esigenza di un clima di pace e di condivisa serenità. Solo in questo modo esso poteva essere vissuto. Era impensabile per i suoi esponenti ritirarsi nel loro giardino a discorrere amabilmente della felicità, quando, all’esterno, la Grecia del V sec. a.C. era segnata dall’avvento dell’Ellenismo o la Roma del I sec. a.C., quella di Lucrezio, era in piene guerre civili. Per lo stesso motivo la filosofia si è avvicinata alla politica.

Non ci si può interrogare sui misteriosi sistemi metafisici se la “pòlis” è in crisi. E’ così probabilmente che Platone e Aristotele sono arrivati alle loro mirabili elaborazioni politiche. Il desiderio di proporre nuove forme di governo, di concepire stati ideali, nasce da una profonda insoddisfazione. Lo dimostrano i filosofi politici la cui popolarità dilagò in età rinascimentale: chi si scagliò contro le varie corone assolutistiche, chi contro il Papa. Tutti avevano qualcosa da condannare. Idee da rivendicare. Evidentemente, la società contemporanea, non manifestando in alcun modo l’anelito a un qualche cambiamento, è pienamente soddisfatta della gestione della nostra “Res pubblica”. O forse semplicemente scoraggiata. Oppure ancora abituata a prendere ciò che viene. E’ anche probabile che si sia rassegnata all’idea di avere ciò che pensa di meritarsi. Ma qualcosa di meglio dovrà pur esserci. Premesso che la forma di governo perfetta non esiste, l’atteggiamento dei grandi filosofi di fronte alla politica può ancora insegnare qualcosa.

platone-aristotele

Aristotele, nell’ Atene del V secolo, insegnava che la democrazia era la miglior forma di governo. E la sua affermazione non era basata sui nostri ideali rivoluzionari di “libertà, uguaglianza e fratellanza”, ma su una deduzione ben più pragmatica: è più facile trovare tra i più alcuni uomini che siano in grado di governare facendo convergere le loro capacità, piuttosto che individuare uno o pochi uomini eccezionali. La democrazia, a detta di Platone, ha anche un altro pregio: di fronte alla corruzione della monarchia e dell’aristocrazia, è l’unica a garantire per lo meno la libertà dei propri cittadini. L’intuizione tuttavia più affascinante è la cosiddetta “costituzione mista“, elaborata da Platone e poi ripresa da Cicerone. Si tratta di un auspicio di governo che vuole riunire in sé i pregi della monarchia, dell’aristocrazia e della democrazia, evitando i rispettivi difetti. Rimane tuttavia del tutto soggettiva la scelta di quale possa essere la forma ottimale.

lorenzetti

Effetti del buon governo – Ambrogio Lorenzetti

Un altro aspetto risulta invece più evidente: a governare lo Stato devono essere i sapienti. Che li si chiami “scienziati“, come li definisce francesco Bacone, o “filosofi“, per riprendere Platone, il concetto è stato più vuole ribadito nel corso dei secoli. E in fondo questi “filosofi” altro non sono che l’uomo “virtuoso” di cui parla Machiavelli, che unisce in sé capacità di intuizione, riflessione e risoluzione. Lo Stato deve poi essere “a misura d’uomo“, come sosteneva Aristotele. Rischia altrimenti di essere concepito come un’entità distante e astratta. Le leggi stesse devono essere a misura d’uomo. Lo ribadisce Tommaso Moro nella sua celebre opera “Utopia”. Poche e chiare. La reggenza può così essere basata su pochi, ma saldi principi, che potranno essere tenuti bene a mente dai cittadini. Nella stessa opera, Moro porta l’attenzione del lettore anche su un’altra necessità. Tutti devono svolgere un mestiere, Esiste infatti un rapporto strettissimo tra personalità e lavoro. E quindi tra il lavoro e il contributo che ognuno, politicamente e socialmente, può dare al prossimo. Pur essendo un ammonimento sempre più estraneo alla nostra mentalità, la Costituzione italiana prevede questo diritto/dovere. L’articolo 1 dice: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Platone, nella sua trattazione politica, condannava inoltre la schiavitù, esortando i lettori a liberarsene. Anche la contemporaneità deve liberarsi della sua schiavitù. Non certo di quella materiale, ma di un tipo di servitù più insidiosa perché ben celata. Quella intellettuale.

utopia

Sarebbe dunque più confortante vivere in un mondo fatto di sole virtù, amore e amicizia. Un mondo come quello descritto da Tommaso Campanella ne “La città del Sole”. Apparentemente perfetto, ma evidentemente utopico. L’uomo è per natura portato a costruire le sue “contro-realtà”. Questo non giustifica tuttavia il suo estraniarsi dalla sua società, quella contemporanea. Una società che ha bisogno di riscoprire la politica come collante sociale. Una società che ha bisogno di capire innanzitutto che costruire uno Stato vuol dire conoscere l’uomo.

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