• giovedì , 26 Novembre 2020

Vilnews e ricordi

Presente e passato di Vilnius si fondono nei racconti del professor Manzo, salesiano e docente della scuola media che la scorsa estate ha preso servizio nella capitale lituana. Pubblichiamo, con il suo permesso, un passaggio del diario che invia periodicamente agli amici. 

Strage alla torre della televisione

14 ragazzi in grigioverde che di lì a poco accenderanno il falò sotto la torre della televisione di Vilnius con le torce che reggono in mano, mentre i loro passi fieri crepitano sulla neve fresca, sono i figli dell’Indipendenza e non ancora c’erano quando anche per loro se ne pagava il prezzo.

13 gennaio 1991. Strage alla torre della televisione

Kraujas bega – Il sangue scorre, intona un tenore, prima che si proclamino i nomi delle 14 vittime – qui chiamate AUKA, sacrificio/offerta – che quei ragazzi rappresentano. Così, spesso, si spiega il rosso delle bandiere, che anche in quella lituana non manca. Nomi che da mesi vedo singolarmente all’esterno dei pullman urbani come una memoria che ancora vive, si muove, appella, trasporta.

“Poi è il momento degli omaggi floreali delle autorità, intanto che il fuoco già rischiara la notte del gennaio baltico. Bambini, tanti, e famiglie col simbolico “Non ti scordar di me” al petto si approssimano al tepore, che prende vigore.

La svettante torre della televisione, difesa 25 anni fa col sangue dai carri armati sovietici, è avvolta dalla nebbia, ma nella sala circolare al pian terreno il ricordo dei presenti, per lo più adulti e anziani, è invece ancora ben limpido.

Il presentatore lo anticipa: il RINKINYS – la raccolta – di musica e poesia in commemorazione sarà SUDETINGAS, SUNKUS,complessa, difficile – come lo fu quella notte a fronteggiare al buio, inermi, l’impetuosa onda sovietica, colpo di coda di un sistema ormai in debellamento. Infatti dodecafonia e poesia d’avanguardia, spezzati o alternati ad una tromba che crea un sottofondo drammatico, sommesso, come un grembo pronto ad accogliere la linfa delle declamazioni. Cinque attori infatti attingono ad una staccionata stralci di poesie, la cinta  custodisce un pozzo, la fonte dell’anima libera lituana.

Si parla di boschi, partigiani, Siberia, s’invoca lo spirito delle foreste, Dio, l’Ave Maria termina con le parole di un inno popolare mariano lituano, insomma i volti della resistenza durata quasi cinquant’anni; poi il testo poetico, appallottolato, è buttato nel pozzo, per diventare l’acqua che alla fine i poeti berranno, i poeti delle generazioni future con in bocca “le torce” della memoria.

Domani nella nostra chiesa la voce dei giovani farà risuonare “Aš esu!” al nome dei 14 martiri – sei di loro vivevano nel perimetro della nostra parrocchia. E bandiera e inno nazionali, simboli vecchi e nuovi di appartenenza ad un popolo, una statuetta di Cristo sofferente. Con al petto il Non-ti-scordar-di-me dell’Indipendenza (cfr titolo).

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