• mercoledì , 21 febbraio 2018

Calvino, narratore moderno e fuoriclasse

L’interminabile coda che si snoda da metà padiglione fino alla Sala Blu della Fiera è già indice dell’apprezzamento che ha riscosso l’intervento su Italo Calvino. Un incontro della durata di un’ora, ma particolarmente intensa e partecipata grazie anche alla presenza di grandi relatori del calibro di Giorgio Ficara, Gabriele Lolli, Stefano Sallis e Carlo Ossola. Hanno presentato il libro di quest’ultimo: “Italo Calvino. L’invisibile e il suo dove”.

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Si comincia con la proiezione del video di un’intervista dove Calvino si presenta e racconta la sua infanzia, di quando giocava da bambino a saltare sulle pietre dei ruscelli, o sui muretti, entusiasta di quei “giochi alla Tom Sawyer”, da solo o in gruppo. Inoltre continua dicendo che il tema del percorso è a lui molto caro, andare da un punto ad un altro, ma sempre da solo. Conclude così: “Penso di essere sempre stato un bambino buono”. Interviene dunque Salis, che sostiene che il libro di Ossola sia un “distillato” del percorso di Calvino, che segue sì un ordine cronologico delle opere della sua produzione, ma la rivede alla luce di una tradizione che è più ampia, non solo italiana. La riveste di una sensibilità europea inserita nel contesto storico, sociale e letterario del XX secolo che manca ad altri letterati del Novecento italiano. “È avvincente”, dice Salis, “perché bisogna continuamente confrontarsi con l’opera. Uno dei messaggi che manda è rifiutare le cose facili e fare con molta precisione le cose difficili”. Conclude invitando i presenti non solo a leggere il libro ma a meditarci, poiché ogni pagina è  l’esatta ricostruzione della poetica di Calvino.

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Segue l’intervento di Ficara, che dà la sua interpretazione. Il professore fornisce solide certezze: “La letteratura è prima di tutto un gesto conoscitivo. Su questa falsa riga si costituisce il libro”. Pone l’accento sulle scelte di Ossola di vedere il letterato come un “grande bambino buono”, che a sua volta è uno dei pochi a attirare l’attenzione dei più piccoli. Chiunque già in tenera età ha letto “Il barone rampante” piuttosto che “Il visconte dimezzato”. “Calvino ha la capacità di animarci già da piccoli, attraverso stupore e meraviglia, il suo stile semplice è il risultato di un’immensa dedizione alla scrittura e della importanza spasmodica che dà alla morale”, continua Ficara.

L’argomento si sposta dunque sulla narrazione. Secondo il professore non si può ricondurre il genere letterario di Calvino ai vari metaromanzi, romanzi-saggio, antiromanzi, o avanguardie ottocentesche, né tantomeno al romanzo linguistico o combinatorio. Preferisce pensare a Calvino come uno sperimentalista. Sostiene che nell’interpretazione di Ossola si evince che i romanzi di Calvino sono “un’emulazione di una domanda, una riflessione in fieri”. La narrazione è il risultato di una perplessità metafisica e in questo Calvino è modernissimo, poiché nessuno prima di lui aveva avuto questa intuizione. Contraddice i principi della narrazione tradizionale, non sono più importanti i personaggi dal punto di vista psicologico, non sono plausibili, “sono dei segni”. Lo stesso narratore è incerto: non sa come andrà a finire il racconto. “Lo scrittore è ignorante, è una sorta di pastore errante leopardiano”, spiega Ficara.

Conclude il suo intervento con una riflessione, che trae dal libro: “Calvino non è un filosofo, a un narratore a certe condizioni. Ha una particolare tensione etica, rilevabile ne La giornata d’uno scrutatore, dal cui racconto si estende una riflessione morale. Si arriva fino alla meditazione sulla “città perfetta”, che potrebbe essere quella del Rinascimento come quella Coelestis urbs Jerusalem, la città dove tutti vorremmo vivere. È una città che esiste qui e ora, anche nel nostro inferno quotidiano”.

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Dopo il breve intervento di Lolli, riguardante gli scritti lasciati da Calvino sulle famose Lezioni Americane rimaste incompiute, Ossola conclude mandando tre spunti che secondo lui sono una lezione di vita in generale: “E’ fondamentale imparare le poesie a memoria, bisogna ricercare le cose difficili ed essere consci che tutto ciò che siamo e abbiamo finirà”. Per quanto concerne il suo lavoro, ammette che: “Siamo stati vittima di una visione facilitatrice di Calvino”, che, purtroppo, dilaga. “È necessario che questo cambi, e questo libro è un passo verso quella direzione”.