• domenica , 20 Settembre 2020

Inzuppati di solidarietà

L’emigrazione massiccia di rifugiati di guerra dal Medio Oriente è quanto mai sempre presente. E non è neanche una novità che ormai l’Italia e l’Europa abbiano superato ormai la soglia di dolore. Siamo insofferenti. Distaccati. Cinici. Non è stato sufficiente il dramma Aylan Kurdi a far concretizzare le parole dei moralisti, si tentano quindi altre vie per raggiungere non il cuore, ma la volontà delle persone.

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Mario Calabresi ha dialogato in merito con la libanese Barbara Abdeni Massaad. La cittadina di Beirut ha infatti presentato il suo inedito Soup for Syria, tradotto a cura di EDT, in un fluido inglese. La crisi siriana è il più grande disastro umanitario di questo secolo appena iniziato. La casa editrice originaria di Torino ha deciso di pubblicare, traducendo e implementando con altre ricette lo scritto già diffuso negli USA, questa raccolta benefica di 80 ricette. Il profitto verrà quindi devoluto in beneficienza ad un’agenzia delle Nazioni Unite che si occuperà di investirli per incrementare il tenore di vita dei profughi. Forse non tutti sono a conoscenza del fatto che in Libano una persona su 5 è immigrato, profugo di guerra. Così mentre noi ci angustiamo per il timore di accogliere 100000, i libanesi si impegnano a rendere il loro esilio meno tragico, più sopportabile.

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“Quando ho incontrato i rifugiati siriani in libano per la prima volta ho detto loro: “se fossi stato una parrucchiera vi avrei tagliato i capelli gratis, ma sono un’autrice di libri e di fotografia e farò il possibile per aiutarvi con il mio lavoro”. La frase tratta dal libro di ricette, è paradigma dell’operato dell’autrice. Un’eroina di tutti i giorni che, mossa da umana empatia, ha iniziato un’opera di volontariato nel campo profughi fuori dalla sua città. Era un inverno gelido, lei a casa, smanicata, col riscaldamento a palla, guarda un servizio alla televisione che mostrava le condizioni di vita allarmanti dei bambini fuggiti all’eterna guerra siriana. Commossa da un reportage alla TV, ha concluso di non poter sopportare che queste persone, uguali a lei in tutto e per tutto, dovessero vivere questo momento difficile della loro vita da soli. Presentatasi come amica, ha semplicemente fatto ciò che era brava a fare: fotografare.

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Da qua, quasi come spinta da un qualcosa di più forte e di più grande di lei, ha iniziato a documentare la vita di queste persone attraverso libri fotografici. Poi il successo di riuscire a creare un workship con sede in casa sua di 10 volontari, amici e sconosciuti, per preparare del cibo che potesse riscaldare il cuore dei loro neo-arrivati concittadini. Chef rinomati e sconosciuti amatori dell’arte culinaria hanno condiviso le proprie ricette. Gradualmente la fotografa e presidentessa di Slow Food in Beirut ha conquistato la fiducia dei genitori e dei bambini del campo. Nasce l’idea di un libro di ricette locali, si allarga a quelle siriane, si restringe il campo alle zuppe. Come ha affermato Barbara Abdeni Massaad: “Soup is something that warms your hearth, it’s universal, it fills both the body and the soul” (La zuppa è un qualche cosa in grado di riscaldarti il cuore, è universale, nutre sia il corpo che l’anima). La sentenza, che può sembrare un po’ sentimentalistica, non potrebbe essere più vera e gode di un fondamento scientifico non trascurabile. Il direttore de La Repubblica ha infatti ricordato che, in seguito all’attentato dell’11 settembre, il NY Times ha dedicato ben due pagine al “Comfort Food”: la zuppa fa parte di un non indifferente elenco di cibi che sono in grado di pervadere di un senso di piacere chi li consuma, soddisfare un bisogno emotivo che supera la necessità di nutrirsi.

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Infine sia la filantropa libanese sia il primo giornalista de La Repubblica ci hanno tenuto a ricordare che gli immigrati che arrivano sono per lo più uomini di cultura, o comunque arrivano da una classe sociale privilegiata. Gli altri non hanno i mezzi per lasciare tutto e partire. I ragazzi che arrivano da questi paesi parzialmente occidentalizzati hanno i nostri stessi sogni ed ambizioni. Vogliono normalità: andare a scuola, uscire con gli amici, chattare su facebook, ballare, divertirsi. Vogliono la pace. e la maggior parte nutre in cuore il desiderio di far ritorno. Sperano un giorno di poter tornare in patria e ricostruire sulle macerie che la guerra si è lasciata dietro.

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