• mercoledì , 30 Settembre 2020

Dante la star

La lunga attesa e l’interminabile e imprevedibile fila di fronte che alla Sala Blu che avrebbe ospitato a breve la conferenza sul saggio “Dante e Le Stelle” di Attilio Ferrari e Donato Pirvano si rivela più snervante che mai.

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Poca schiettezza, molta formalità, un sorriso cordiale e parole studiate: questa l’atteggiamento mostrato da Armando Massarenti, responsabile della Domenica del Sole 24 Ore, che espone il suo pensiero (ovviamente positivo) sul “libretto”(così definito dai due autori scherzosamente) citando i concetti principali del libro. Concluso il breve, ma d’obbligo, elogio dell’opera in questione, la parola va al professore universitario di filologia Donato Pirovano.

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L’autore del libro analizza i riferimenti astrologici negli scritti di Dante. “Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice li quali non sapeano che si chiamare”. In questo passo il letterato descrive il suo primo incontro con Beatrice avvenuto all’età di nove anni. Il poeta si serve di perifrasi astrali per dare una specifica collocazione temporale all’incontro amoroso, dimostrando un assiduo interesse nei confronti delle nozioni astrologiche dell’epoca. L’opera dantesca appare in distacco totale da quella della volgare schiera degli amici. Con ciò Dante esprime che l’amore tra lui è Beatrice è un amore straordinario che ha radice nel cielo. La sua passione sembra presentarsi come un segno arcano e profetico che rimanda a un piano metafisico. Nella Divina Commedia si nota una coincidenza di parole alla fine delle tre cantiche. Infatti tutte finiscono con la parolastelle”. Al contrario il suo maestro Virgilio chiude la sua opera con “ombre”. Inoltre nell’opera più celebre di Dante vi è una corrispondenza tra prima perifrasi del poema e l’ultimo verso. All’inizio Dante cerca di salire sul colle della grazia ma viene bloccato da tre bestie feroci; scrive:

“Temp’ era dal principio del mattino,
e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione”.

Alla fine invece: l’amor che move il sole e l’altre stelle.” Spicca subito la compresenza dei quattro termini: amor, sol, il verbo movere e le stelle. Inizio e fine si toccano. In tutta l’opera è presente una progressione di immagini stellari.

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 La parola passa poi all’astrofisico e professore all’ Università di Torino Attilio Ferrari che, dopo i convenevoli, inizia la sua digressione sulla fisica nella Divina Commedia sottolineando che lo studio delle era già presente al tempo di Dante. Lungimiranti sono gli esempi dell’arcobaleno i cui colori furono già studiati e interpretati da Dante o il riferimento a Galileo che attraverso il quotidiano modello del bastoncino immerso nell’acqua che sembra spezzato in due introduce le prime teorie sul rIflesso per aprire la mente dei meno esperti nella materia e trasportare nel mondo della fisica i presenti. Ferrari prosegue il suo ragionamento esponendo un paragone tra l’astronomia dell’epoca e quella moderna, parlando di come ora gli studi si sono fatti più approfonditi e quasi esasperati. Infatti afferma che Dante aveva una concezione di vita più sicura e una maggiore “fiducia” negli astri: secondo i fisici infatti il nostro universo potrebbe scomparire in un buco nero e rinascere da   un’altra parte. L’egregio professore si perde poi in una digressione. Afferma infatti, sulla base delle equazioni scientifiche di Einstein e Schroninger che l’universo è composto per il 4% dalla materia delle stelle, per il 70% dall’energia oscura, per il 20% dalla massa oscura e per il 6% da altro materiale. Conclude il suo discorso citando le recenti scoperte fisiche tra le quali il bosone di x e pronunciando una frase opportuna: “Ora ci sono molti dantisti ma ciò che davvero serve è un nuovo Dante“.

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