• lunedì , 22 gennaio 2018

Gialli per noia

Tre ragazzi universitari al salone del libro intervistano il famoso giallista Petros Markaris.

Perché ad Atene?

Gli scrittori del crimine, con Georges Simenon, iniziano a descrivere le città. Che diventano le vere protagoniste delle loro opere. Si pensi a Parigi con l’ispettrice Maigret, creazione dello stesso Simenon. Inoltre per parlare di società, serve una città. C’è bisogno di una città specifica per partire da quella e descrivere una società reale. E ho scelto proprio Atene per descrivere Charitos anche perché innamorato della cultura greca, patria natia della madre dalla quale ho desunto l’amore per la Grecia.

Proprio ieri un giallista italiano ci raccontava che il detective è per definizione solo. Cosa che non succede per Charitos, che è contornato da una serie di personaggi. È stato per lei difficile gestire tutto questo contorno del detective?

Molti poliziotti sono anime solitarie. Nei gialli i detective con famiglia sono un’eccezione. Ma Charitos è arrivato con tutta la famiglia. Io non lo ha mai pensato da solo. E questa per me è stata una fortuna. Perché le persone soprattutto sud americane e del Mediterraneo si identificano col detective, ma anche con la sua famiglia. Ciò non accade in Germania, dove la famiglia non ha lo stesso valore e cade spesso in secondo piano. E anche io mi identifico con la famiglia. Come la madre di Charitos, che rispecchia le caratteristiche di quella dello scrittore, oppure sua figlia.

Abbiamo notato che in tutti i suoi romanzi, spesso anche nelle situazioni più difficili e più tristi, fa ricorso all’ironia. Ha scelto di utilizzare l’umorismo come espediente narrativo o perché è davvero una parte importante della vita?

Anche nelle situazioni più difficili e tristi si ha sempre il tempo di sorridere o di strappare una battuta. Ad Istanbul ho passato momenti assai complicati, ma che anche lì c’era il modo per scherzare. Altrimenti saremmo morti: ci deve essere un contrasto tra tristezza e ironia. Perché nei momenti di difficoltà c’è bisogno di trovare la via di uscita per allentare la pressione e l’ironia in qualche modo va pensata anche proprio per questo fine. Non si può scrivere u romanzo dove ci sono solo lacrime. Per esempio negli ultimi quattro romanzi che ho scritto (chiamati i romanzi della crisi), si può notare che la situazione familiare di Charitos diventa sempre più complessa. Il denaro scarseggia. Ma, nonostante tutto, si denotano una spiccata allegria e felicità.

I romanzi che ha scritto sulla crisi sono quattro e noi ci troviamo in una situazione critica. Quali prospettive vede per quest’ Europa così fragile e disorientata?

La crisi iniziò nel 2010. E nonostante i politici promettessero provvedimenti, sapevo che la crisi non era venuta in Grecia come turista, ma aveva il permesso di soggiorno. E così è stato. La crisi non solo è rimasta, ma all’uscita del mio quarto libro è ancora presente.

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In una sua intervista lei ha citato Jean Monnet che dice: “Ho commesso un errore. Se dovessi ricreare la comunità europea ripartirei dalla politica e dalla cultura, non dai mercati”. Pensa anche lei che il problema che l’Europa sta affrontando adesso sia più culturale e politico che economico?

Jean Monnet riconobbe il suo errore ma era troppo tardi. Adesso l’Europa è una grande banca, si parla sempre e solo di denaro. Come se ci mancassero una cultura, una politica. Ma l’Europa è tenuta insieme dalla diversità delle sue culture. Nei primi stati indipendenti europei la cultura era un fattore di coesione, mentre ora, che siamo già uniti si pensa che la cultura non serva più. Si vedano i rifugiati. Adesso molti stati stanno costruendo muri, chiudendo i confini. Schengen in realtà non era altro che una federazione falsa. Per è molto facile chiudere questa federazione. Perché è fasulla. Diceva Monnet che gli europei non volevano creare una vera federazione, ma una fasulla. “Fosse stata vera, adesso sarebbe stato molto più difficile farla cadere”. Altro problema sono le riforme. Non si sono ancora viste riforme serie sull’istruzione e l’educazione, solo riforme che vogliono adattare i programmi scolastici al mercato. Il periodo attuale passerà alla storia come un periodo di ipocrisia.

Ha soluzioni per il problema dei rifugiati?

È difficile trovare una soluzione. Quello che sta accadendo adesso è una vergogna. Il vero bisogno è una soluzione comune. Ma la maggioranza non può trovarla. Ma il vero problema è che nessuno vuole gli immigrati, non è questione di proteggere i territori. Si stanno costruendo muri, barriere. Si vedano l’Austria, la Polonia. Queste nazioni non hanno capito il significato della solidarietà internazionale e del socialismo. Il risultato della solidarietà internazionale oggi è che si chiudono i confini.

C’è un forte contrasto tra i giovani e gli adulti. Se dovesse parlare oggi ai giovani, cosa vorrebbe dire loro per reagire in maniera positiva a questa crisi?

Le persone possono trovare la soluzione se cooperano. Ma nella società odierna non si riesce più a lavorare in gruppo, non si sa più come reagire sulla base di interessi e obbiettivi comuni. Ciò è molto complicato per i giovani. Perché in una società individualista è molto difficile creare un sistema di comunità. Non si deve mai smettere di combattere anche se le probabilità di vittoria sono molto basse. Non pensare che le persone possano vivere da soli. Si deve recuperare la fiducia nei gruppi, perché la società è fatta di gruppi

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Come è diventato scrittore di gialli?

Nonostante avessi provato nonostante tipi di scrittura, ho voluto lanciarsi sui gialli. Il provare molti tipi di scrittura, oltre ad essere divertente, ha avuto anche una funzione educativa. Ma la verità è che mi annoio molto facilmente, ho deciso di cambiare perché conoscevo il mio punto debole. L’ultimo lavoro che ho intrapreso è stata la traduzione del Faust di Goethe (durato cinque anni), ma dopo quest’ultima avventura ho dato anima e corpo alla giallistica e alla famiglia Charitos.