• venerdì , 30 Ottobre 2020

Dialogo sulla strada del Sole

[box] Valeria Bonicelli, ex allieva del Liceo Classico e redattrice del Salice, racconta il suo incontro con il gruppo musicale dei The Sun. [/box]

È un caldo venerdì sera di metà maggio, quando vado a prendere il treno per Milano. 

Con papà ho deciso di andare a sentire un “Dialogo sulla strada del Sole”, nel bellissimo santuario di santa Rita da Cascia. Siamo un po’ fuori dal caotico centro cittadino.

L’aria che si respira pare quasi surreale. Non sembra di essere nella città della moda. Nella città più internazionale d’Italia. Soffia solo un’arietta fresca, estiva. Entriamo nella chiesa e prendiamo posto. I primi banchi sono già occupati. Ci sono persone di tutte le età. Gruppi di scout, nonne e nipotini, mamme e papà.

La chiesa è imponente e luminosissima. Il clima interno è in perfetta armonia con il respiro del vento, fuori dalla chiesa. C’è una pace contagiosa.  Cinque sedie di fronte all’altare. Quattro per i protagonisti e una per il mediatore, come avrò modo di scoprire. Gli ospiti sono i “The Sun”: quattro ragazzi con una passione in comune, la musica.

Francesco, the President, è il cantante e leader del gruppo. Ricky, il mitico batterista, una bomba di energia. Matteo il bassista, che all’occorrenza suona armonica e fisarmonica e salta. Sì Matteo salta, vola, balla. Non si può stare fermi con lui sul palco. Infine il misurato Gianluca detto Boston (pronunciato all’americana) alla chitarra.

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Li avevo già sentiti suonare in precedenza un paio di volte. Ma ogni volta è come se fosse la prima. Le emozioni sono nuove perché vissute in modo diverso. D’altra parte non siamo mai uguali a noi stessi. Ogni giorno passato lascia qualcosa di nuovo. Sono venuta a conoscenza di questo “Dialogo” visitando il loro sito. Sapevo che si sarebbe trattato di una testimonianza a partire dal libro scritto da Francesco, “La strada del Sole”, una sua autobiografia. La vita con la musica. Avendolo letto volevo ascoltare le parole dell’autore.

Entra Francesco. Prende il microfono. La sua voce calda rimbomba nella chiesa, con una dolce “r” un po’ pizzicata e l’accento veneto. A turno arrivano Ricky, Matteo e Gianluca. Il “Dialogo” comincia. Ciascuno racconta un po’ della propria vita. Una vita caratterizzata dalla passione costante per la musica rock.

Una passione sana, ma che se incontrollata rischia di prendere il sopravvento e diventare sfrenata. Così la loro vita di giovani musicisti diventa piena d’impegni importanti. Di fama. E di eccessi. Momenti bui che raggiungono il loro apice. Poi qualcosa cambia. Qualcosa tocca il loro cuore. Qualcuno parla in modo forte, più forte degli sbagli fatti. Quegli sbagli che portano alla sordità del cuore.

Ascolto e ogni tanto guardo papà. Temevo che si sarebbe appisolato data l’ora. Invece, con mia grande sorpresa, è attentissimo. Rapito, come tutti, dal coraggio di questi miei coetanei. Il coraggio di raccontarsi con i limiti umani, comuni a tutti. Di andare controcorrente. Di distinguersi. Il coraggio che li ha spinti, ad un certo punto, a cambiare rotta, pur andando incontro a inevitabili difficoltà. La perdita di tutte le sicurezze guadagnate, delle etichette discografiche più importanti, degli sponsor.

E la forza di capire che solo facendo scelte difficili ma fondate su Qualcosa di più grande si può arrivare al Bene. Al Bene che fa bene a se stessi e agli altri.

Il “Dialogo” non può che finire in musica. Una musica che riempie la chiesa, ma soprattutto il cuore di tutti i presenti. Quella musica che fa alzare dalla sedia. Che fa cantare. Che alleggerisce e cancella per una sera tutte le fatiche quotidiane, le preoccupazioni.

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Il dopo concerto con loro è un’esperienza unica e incredibile. Francesco, Ricky, Matteo e Gianluca si fermano con il pubblico per le foto e gli autografi, ma soprattutto per incontrare e abbracciare davvero tutte le persone. Quelle persone che hanno condiviso un pezzo di vita con loro. Per una sera. Per qualche momento.

Gli occhi di questi quattro ragazzi sono pieni di una luce particolare. Non può essere solo il riflesso degli immensi lampadari del santuario. Si torna a casa. Con un po’ di vita in più. Con una gioia che fa bene. Con una forza nuova per affrontare il futuro.

Con la conferma che la felicità è più duratura se viene dopo una sofferenza. Con la certezza che si può essere felici, anche essendo diversi. Anzi soprattutto perché siamo diversi, perché, come cantano i The Sun in Outsider, “quanto ci accomuna la nostra unicità”.

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