• domenica , 20 Settembre 2020

Tecnologia, nuovo status symbol

Una targa commemorativa in via Lagrange a Torino esalta le virtù di un gentiluomo di fine Ottocento, meritevole di aver dato l’esempio di una vita “sobria, severa e austera”. Queste doti delle generazioni dei nostri padri si sono tramandate fino al secondo dopoguerra quando l’esplosione dei prodotti di massa ha generato il consumismo e i cosiddetti status symbol collettivi, oggetti solitamente molto costosi rispetto al loro valore reale su cui si concentrano le aspirazioni dei singoli per il miglioramento sociale.

Oggi la tecnologia e il design, meglio ancora se combinati, rappresentano gli status symbol più potenti e diffusi. Non per niente in inglese questi oggetti si definiscono aspirational, anche se i nostri padri, e ancor più i nostri nonni, avrebbero vissuto questi desideri come una tirannia in grado di allontanare da ben altre aspirazioni: ideali, politiche, spirituali.

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Possedere un iPhone o un iPad e diventato una sorta di must nella nostra epoca iperconnessa: in Cina e India le vendite dell’iPhone 6 sono alle stelle anche se si incomincia a intravedere una flessione della domanda. Il perché di questo fenomeno, in Paesi dove la stragrande maggioranza della popolazione guadagna pochissimo, getta luce anche sui nostri desideri. Pochi di noi possono permettersi marchi di lusso, ma un prodotto Apple oggi sembra riassumere le aspirazioni comuni al benessere e all’innalzamento del nostro status sociale, con la differenza che una borsa di Louis Vitton è pur sempre una borsa mentre uno smartphone di ultima generazione ha mille usi, potenzialmente quante sono le app.

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Il problema è che il mercato divora se stesso, i suoi prodotti e , forse, anche i suoi consumatori. Tra cinque anni l’iPhone 6 sarà completamente obsoleto, sostituito probabilmente da modelli trasparenti, spessi quanto un foglio di carta, costruiti con il grafene, l’ultimo nanomateriale che ha fatto vincere il Nobel ai suoi scopritori. L’Huffington Post ha constatato che probabilmente i nuovi smartphone avranno funzioni di realtà virtuale e “aumentata”. La gente si bacerà e si stringerà la mano tramite cellulare, farà un gesto olografico e aprirà la posta elettronica e questo naturalmente diventerà quanto mai desiderabile, genererà un bisogno artificiale fortissimo. E pensare che vent’anni fa i cellulari assomigliavano ancora ai walkie-talkie e servivano solo per telefonare.

Ma la crisi economica comincia già a generare reazioni antitecnologiche che coincidono con un revival dei valori dei nostri padri: il risparmio dei materiali e delle risorse, anche energetiche. Fra i comportamenti anti-status symbol di chi non può o non vuole più spendere soldi inutilmente sta tornando in uso perfino il baratto: un sistema di scambio non monetario, antichissimo e popolare, che esalta la reciprocità e la socializzazione. Un caso impressionante è stato riportato dal Daily Mail: una ragazza che vive al Polo Nord in una casetta di legno, che si nutre delle renne che uccide e che si reca al villaggio vicino soltanto per ottenere oggetti assolutamente necessari come sapone e coperte (le temperature possono raggiungere i -45°) scambiandole con le sue prede, afferma di non poter essere più felice della scelta fatta, pur essendosi laureata in biologia a Helsinki.

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Anche i comportamenti anticonsumistici di chi rifiuta di sprecare risorse come l’energia e il cibo sottolineano l’importanza di rifiutare il consumismo, l’avidità e la competizione a tutti i costi. La Fondazione Banco Alimentare si occupa, ad esempio, di recuperare tutte le eccedenze di cibo e di ridistribuirle. Sono i comportamenti sociali che sarebbero piaciuti ai nostri nonni: qualcuno potrebbe dire che sono il futuro, tanto quanto e forse più degli status symbol tecnologici.

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