• domenica , 20 Settembre 2020

Le nuove droghe

di Francesca Roggero

Alcol, sostanze e cibo: queste le nuove droghe dei baby della società del XXI secolo. Dipendenze e disturbi alimentari iniziano ad essere una costante nella vita dei giovani (e giovanissimi) d’oggi. L’età di coloro che ne fanno uso, infatti, si sta ulteriormente e drasticamente abbassando.
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L’Istat rileva che già ad 11 anni oltre il 5% ha alzato il gomito, per non parlare dei quindicenni per cui la percentuale si alza al 41% per i maschi e al 33% per le femmine.
Recentemente hanno acquisito un notevole successo il binge eating e il binge drinking. La prima consiste in un’abbuffata compulsiva di dimensioni colossali, in cui il soggetto può arrivare ad ingerire dalle tremila alle trentamila calorie, che vede il suo compimento in tempi record. Quest’azione maschera solitamente un malessere esistenziale e una grande solitudine che vedono il proprio nascere proprio in una fase della vita in cui bisognerebbe essere felici e spensierati, quale l’adolescenza. Purtroppo questo tipo di disturbo è difficile da identificare perché viene scambiato per obesità, la quale, al contrario, non ne è che l’effetto. Il binge drinking consiste invece nella bevuta irrazionale di circa 6 o 7 shottini nel giro di un’ora. Sconvolgenti i dati raccolti dall’Istat che rivelano che a 13 anni un adolescente su cento lo ha già sperimentato.
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Impressionante pensare che questi fenomeni riguardano ormai, più che adolescenti, veri e propri bambini. Il giocare con le bambole o con le macchinine è stato sostituito dal farsi di sostanze di cui, sicuramente, colui che ne sta facendo uso non ne conosce l’effetto diretto che avrà sul proprio corpo.
Gli adolescenti, di età dunque poco più avanzata, preferiscono invece finire direttamente in coma etilico nei pronto soccorso e farsi magari addirittura portare in sala rianimazione. Ovviamente non è un caso eccezionale scoprire che quei giovani fanno anche abitualmente uso di sostanze.
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Sempre più adolescenti (e bambini) arrivano al day hospital psichiatrico del Policlinico Umberto I a Roma, afferma Laura Quadrana, direttrice del reparto di psicodiagnostica. I giovani arrivano depressi ed in preda all’ansia per confidarsi, per raccontare la propria esperienza. Quadrana spiega che talvolta può trattarsi di fattori genetici ereditari, ma spesso l’accaduto è da ricondursi ad un certo qual desiderio di autodistruzione che vede il proprio nascere nel senso di abbandono in cui vive l’individuo preso in considerazione. Lo scopo è rifugiarsi in un mondo anestetizzato per sfuggire all’inadeguatezza avvertita tanto in famiglia guanto a scuola, scambiata non di rado per svogliatezza.
Ci si potrebbe chiedere, in tutto ciò, che ruolo abbiano le famiglie alle spalle dei diretti interessati, che sembrano abbandonati a se stessi. Chi lavora negli ospedali dice che i genitori, una volta che arrivano a recuperare il proprio figlio, stentano a conoscerlo oltre che a riconoscerlo. Qualcuno dovrebbe loro insegnare ad essere presenti e, magari, a controllare che i propri bambini preferiscano comprarsi giocattoli piuttosto che sostanze.

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