• mercoledì , 30 Settembre 2020

Abbracciati contro il terrore

di Giulia De Luca

L’unione fa la forza. 23 mila musulmani l’hanno capito, raccolti in tante tra le Chiese d’Italia. É la strada migliore per superare questo momento di paura. Dobbiamo far capire all’Isis che ci siamo, siamo tanti, e abbiamo la forza per sconfiggerli.

Imam e sacerdoti dell’Islam si sono seduti tra i fedeli cristiani e a fine Messa hanno preso la parola per condannare il terrorismo. Proprio loro, che per legge lapidano le donne che commettono adulterio. Gli stessi che si macchiano di questo, pensando di punire nel modo giusto chi ha commesso peccato. Con le loro antiche tradizioni maschiliste e le leggi del taglione. Ma anche loro hanno capito che questo è più che disumano, va oltre ad una pena sbagliata per un’azione sbagliata. Si tratta di innocenti, e questo non è di certo “volontà di Allah”.

Abbiamo concezioni troppo dissimili: la religione per loro è ossessione, ma su questi ultimi avvenimenti siamo d’accordo. O almeno una parte lo è. Secondo Aia Eldin al Ghobasny, l’imam della Grande Moschea di Roma si trattava di una «manifestazione spettacolare più adatta alla stampa che alla fratellanza». Può anche essere, ma noi abbiamo chiamato il loro aiuto e loro sono intervenuti. A Lecce hanno respinto l’invito, ma a Ventimiglia sono entrati tutti in Chiesa alla Messa delle 10 e 30 a San Nicola da Tolentino.

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Ahmed El Balazi, imam di Vorbano, alla messa di Brescia ha definito i terroristi «dei criminali e dei falliti. Questa gente sporca la nostra religione». Abn al Gaffour, presidente del Coreis per l’Italia, ha detto che «quell’Allah u Akbar che pronunciano sempre, mi ricorda tanto il Gott Mit Uns dei nazisti. Ma non si uccide in nome di Dio». Però non per tutti è così “semplice”.  A Porta Palazzo, a Torino, molti non volevano commentare e altri ripetevano imperturbabili che anche noi ammazziamo donne e bambini musulmani «ma non vi ho mai sentito chiedere scusa».

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A Roma un signore marocchino di 40 anni, macellaio, sostiene che «la maggior parte di noi non ci è andata. Voi dite che sono tanti 15mila? A me non sembra. Siamo molti di più». Ma la diffidenza reciproca tra le religioni non si fa mancare. Rimarcata da uno dei signori intervistati che afferma «per forza che c’è. I diritti dell’uomo sono oscurati nei loro Paesi, qui da noi la Grande Moschea ha detto di no a questo invito». Concorda lo scrittore Camillo Langone postando sulla sua condivisissima pagina Facebook che «per la prima volta ho dei dubbi sull’andare a Messa. Andrò verso sera, in un Chiesa defilata per correre meno rischi, ma se ci saranno maomettani o se il sacerdote dal pulpito tradirà Cristo onorando Maometto dovrò uscire».

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Portavoce di questa ostilità sono anche don Michele Babuin, parroco nella barriera di Milano, dichiarando che non vuole imam in Chiesa perché «Chi mi garantisce che non siano dei terroristi? E poi abbiamo un Dio diverso, checché se ne dica» e un prete che ha scritto a Rete4 «se io fossi andato in una moschea non mi avrebbero fatto entrare». Ma alla fine anche gli ottimisti si fanno sentire, portando dietro un briciolo di speranza per questo gesto. Una delle poche cose che ci possono aiutare ad abbattere il muro della paura. Ne è voce una signora che dice che «abbiamo usato lo stesso linguaggio ,le stesse parole. È stato importante vederli in Chiesa assieme a noi. Siamo chiamati alla condivisione, all’amicizia». Così Islam e cattolicesimo hanno cercato almeno di capirsi, in onore anche a Papa Francesco che a Natale aveva anelato «il dialogo come contributo di pace». È sempre un segno di solidarietà, un muro di disapprovazione verso qualcosa di condivisibilmente disumano.

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