• mercoledì , 25 Novembre 2020

“Lo Stato vince sempre, lo so”

di Gabriele Bertinetto

“L’avete detto voi che ha vinto lo Stato? Lo Stato vince sempre, lo so.” Mentre pronunciava queste parole Michele Zagaria, detto Capastorta, veniva arrestato.

Per chi non conoscesse Zagaria, era un mafioso, ma non uno qualunque: il capo del clan dei casalesi.

Campania, Lazio, Toscana, Umbria, Abruzzo, Lombardia e Emilia-Romagna, i suoi interessi negli appalti arrivavano molto lontano, tanto da essere conosciuto a livello nazionale come il re del cemento.

Era il 7 dicembre 2011, dopo due anni di indagini, quando venne scovato in un bunker super segreto ricavato sotto un edificio a Casapesenna, in provincia di Caserta. L’operazione che portò al suo arresto durò dall’alba a mezzogiorno, togliendo dalle strade d’Italia uno dei più pericolosi membri di un’associazione a delinquere. Ma questo non è ne il primo ne l’ultimo arresto di mafiosi potenti, perché i “buoni” continuano a combattere.

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Un arresto noto a tutti è quello di Totò Riina, catturato nel 1993 il 15 gennaio. La Belva, così soprannominato per la sua ferocia sanguinaria, era stato latitante dal 1969. Il suo arresto fu in gran parte dovuto alla collaborazione di Baldassare Di Maggio con i carabinieri. L’ex-autista del boss di Cosa Nostra aveva deciso di collaborare per ritorsione contro Casa Nostra che lo aveva condannato a morte. Û curtu, altro soprannome che allude alla sua statura, venne arrestato all’incrocio davanti alla sua villa a Palermo assieme al suo nuovo autista: Salvatore Biondino.

Quest’anno è stato arrestato Ernesto Fazzalari, criminale del clan Fazzalari della ‘Ndrangheta. Latitante dal 1996, il 25 giugno i carabinieri di Reggio di Calabria lo hanno trovato in un caseggiato nella campagna vicino al paese di Molochio.

Il ministro Angelino Alfano ne ha annunciato la cattura con un tweet che finiva con la frase: “Alla giustizia non si sfugge.” Nonostante l’impegno e la perseveranza delle nostre forze dell’ordine i criminali da arrestare sono ancora molti. Una veloce occhiata all’elenco dei latitanti di massima pericolosità, uomini che devono scontare pene che vanno da 17 anni a vari ergastoli. Persone legate alla Camorra, a Cosa Nostra, alla ‘Ndrangheta.

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La vita da latitante non è semplice, limita certamente la libertà fisica ma lascia ampio spazio a quella di potere. Anche perché un mafioso, soprattutto uno importante come un capo, quando va in carcere spesso non sta assieme agli altri detenuti. L’esperienza nella lotta alla mafia ha però mostrato che anche dal carcere talvolta si può continuare a “governare” i clan, o comunque influire sui traffici criminali all’esterno. Lo stato per cercare di impedire ciò ha creato il comunemente noto carcere duro, l’articolo 41-bis.

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Grazie a ciò in casi eccezionali si può sospendere la normale applicazione delle regole di trattamento di detenuti previste dalla legge. Meno colloqui con famiglia e amici, corrispondenza censurata, ora d’aria limitata; questi sono solo alcuni dei provvedimenti messi in atto.

“Cummannari è megghiu ca futtiri”. Comandare è tutto ciò che un mafioso desidera. Stare sopra agli altri, comandarli a bacchetta. Sentirsi migliore, più potente. Pensare di essere superiore.

 

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