• mercoledì , 17 ottobre 2018

L’inquinamento della politica

La bandiera olimpica è sicuramente  uno dei simboli più riconosciuti al mondo. I cinque anelli intrecciati in campo bianco simboleggiano i cinque continenti e la loro combinazione rappresenta l’universalità dello spirito olimpico. I giochi dovrebbero essere sinonimo di lealtà, solidarietà, sportività. Dovrebbero essere scevri da qualunque discriminazione razziale, politica o religiosa. Dovrebbero. Ma la realtà, a volte, è diversa.

Il judoka egiziano Islam El Shehaby, 34 anni, ha rifiutato di stringere la mano del suo avversario israeliano Or Sasson, 25 anni, che lo aveva appena sconfitto. L’episodio, avvenuto durante i Giochi olimpici a Rio de Janeiro, ha rimesso la politica e la polemica sul podio rendendole protagoniste di un evento estraneo a queste viltà civili. Mark Adams, portavoce del Comitato Olimpico Nazionale, ha affermato che questo fatto può accadere “nella concitazione del momento”, ma “non per questo è accettabile”.

Stretta di mano

Foad Aodi, presidente delle Comunità del Mondo Arabo in Italia, ha condannato l’attentato alla sportività del judoka islamico suggerendo però che “possa essersi trattato di una trovata pubblicitaria dell’atleta”. Il gesto è probabile che non sia stato completamente spontaneo: El Shehaby aveva ricevuto pressioni sui social nei giorni antecedenti allo scontro affinché non scendesse sul tatami per una sfida che avrebbe gettato discredito sull’Islam. Dopo la sconfitta e l’inchino di rito (obbligatorio), il sottomesso ad Allah avrà quasi certamente pensato di salvare l’onore mancando di rispetto al suo rivale non islamico. Nessuno dei due atleti ha voluto lasciare dichiarazioni al riguardo. Uno per rispetto, l’altro si spera per vergogna. Ma tutto ciò è solo il culmine di una perversione che, sollecitata in parte anche dalla comunità in cui l’atleta si identifica, porta questo ad obliare i fini che la competizione olimpica si è posta sin dalle origini e che sono tuttora racchiusi nella sua bandiera.

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Un altro esempio, in questo caso più a sfondo politico, ci è offerto dalla Cina. «Gold» (oro) è la scritta che campeggia in tutte le stanze di una delle palestre più importanti di Nanning, capitale della regione autonoma del Guangxi nel sud della Cina. Un semplice incitamento per gli sportivi che si allenano. Soltanto che gli atleti in questione sono dei bambini di massimo 5 anni che vengono “allenati” (meglio sarebbe dire torturati) dai personal trainer. Spesso sono le famiglie ad indirizzare i bambini alla palestra col sogno di avere un campione nella propria discendenza. Il primo posto. Il gradino più alto del podio. L’oro. Sempre. E per raggiungere il risultato permettono alla palestra di usare ogni metodo possibile. A cosa mirino difficile saperlo, forse riscatto personale, prestigio per la famiglia, oppure nient’altro che dare lustro alla Cina, retaggio vetusto e mai morto di passati indottrinamenti. Lo scopo dei trainer di Nanning invece è chiaro: portare la supremazia cinese nel mondo. Un atleta cinese deve sempre essere su un gradino più alto del podio rispetto ad uno che proviene dall’Occidente. Ora ci si chiede dove sia finito lo spirito olimpico. Se il doping è assolutamente anti-sportivo perché forza i limiti di un atleta, questo allenamento che tortura i bambini sia psicologicamente che fisicamente è da considerarsi ammissibile?

D’altra parte c’è anche chi ricorre alla politica per fare scandali propositivi. Il 5 agosto, le due atlete rappresentanti la Corea del Nord e la Corea del Sud si sono scattate un selfie: un messaggio fortissimo urlato al mondo, figlio del più sincero e puro spirito olimpico che ha superato la politica e gli attriti storici che separano i due paesi dal 1945. Ad una settimana di distanza, il ginnasta ucraino Oleg Verniaiev si è scattato un selfie in compagnia del russo Nikita Nagornyy e in seguito l’intera squadra di tennis russa ha postato una foto sui social che la ritraeva in compagnia di quella ucraina con la frase: “Nella vita reale, siamo amici”. La foto è stata però rimossa poco dopo. A quanto pare i poteri forti non hanno apprezzato il messaggio sovversivo. E come dimenticare il primato di Elisa Di Francisca che è salita sul podio con la bandiera europea? Ha fatto più per l’Europa lei in pochi secondi che la burocrazia in vent’anni. Una bandiera sul  podio che mostra al mondo l’esistenza di un’Europa di cittadini.

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È indubbio che i Giochi abbiano da tempo finito per rivestire il ruolo di richiamo simbolico. La loro risonanza ha chiaramente travalicato la sfera dello sport stesso, attirando l’interesse di altri rami della vita sociale. Non è un caso che svariati movimenti politici abbiano pensato di servirsi dell’importanza dei Giochi come cinghia di propaganda dei loro problemi e delle loro aspirazioni. E più è nazionalista la rotta politica di un paese, maggiori sono gli introiti di ori dalle olimpiadi. Ospitare le Olimpiadi, Expo o altri eventi mondiali è un lustro per uno stato così come lo è vincere. E non si può pretendere che siano completamente avulsi da tutto il resto, ma almeno che siano rispettosi dei valori con cui sono nati. Dietro e dentro la competizione fra gli atleti, si ripresenta il set dei valori olimpici che sono internazionali ed interculturali. Sono patrimonio comune dell’essere umano. Per questo essi racchiudono un potenziale senza uguali per dare forma a una cultura condivisa a livello globale.

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