• giovedì , 20 settembre 2018

Pericolosa solitudine

di Allegra Vasconi

Tempo fa “Specchio dei tempi” ha pubblicato la lettera di un padre separato che commenta gli episodi di femminicidio sempre più frequenti. Senza giustificarli. Ma esternando tutto il disagio di un uomo che si ritrova solo. Allontanato dai figli, privato della casa e in conseguente difficoltà economica. Quest’uomo diventa l’emblema della sofferenza di un numero sempre crescente di persone che dopo aver ritenuto di aver costruito la propria sicurezza sentimentale e finanziaria, la propria vita, si trovano soli. Oppure nella difficoltà di frequentare i figli, senza un tetto e spesso impoveriti dall’obbligo di mantenere due nuclei .

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Tutto ciò non può che ricordare ciò di cui ormai si parla da tempo: diritto alla famiglia. Fare famiglia sembra sempre di più un atto di puro egoismo, soddisfazione personale il legarsi ad un’altra persona e con questa, nei modi più svariati, esercitare il diritto di avere figli. Viene però trascurato completamente l’aspetto dei doveri che conseguono a tutto ciò. Trent’anni fa la lotta per il divorzio aveva  un  significato, quale la protezione di individui legati da rapporti malati, oggi perde quasi di significato. Qualsiasi legame di tipo familiare, più o meno tradizionale, sembra essere considerato solo l’esercizio della libertà individuale. Trascurando così la libertà dell’altro. Coniugi e figli sono il trofeo della realizzazione individuale. Quando questa porta da un’altra parte, non vi è più dovere al rispetto ed alla considerazione delle conseguenze. E l’essere considerati alla stregua di oggetti che oggi mi piaccciono e domani butto, non può che portare a rabbia e disperazione ed alla fine trascendere in violenza: nel coniuge rifiutato ma spesso anche nei figli. Sempre più spesso i ragazzi si rivoltano contro i genitori con manifestazioni di rancore verso di loro o contro la propria vita, con atteggiamenti e derive autolesionistiche.

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Allora non ha alcun senso parlare di diritto alla famiglia. Occorre prima intervienire a tutela del nucleo familiare. Ritornando ai vecchi schemi fuori moda di capacità di amare, inteso non come appropriazione della vita di qualcun altro perché “mi soddisfa” o perché “mi soddisfi”, ma inteso come donazione di se stesso per il bene della persona che voglio al mio fianco e degli eventuali figli che dovessero arrivare. Può sembrare vecchio, ma l’unico modo perché una famiglia esista è il sapersi mettere dopo il coniuge ed i figli. È solo recuperando questa idea di amore e di famiglia, che possiamo sperare di arginare questa fiumana di omicidi nati dalla disperazione della solitudine. E magari di recuperare un po’ di serenità sociale.

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