• mercoledì , 28 Ottobre 2020

I giorni bui della Turchia

di Eva Caudana

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All’indomani dei drammatici eventi di Nizza, un’altra città si rende partecipe della scena mondiale: Istanbul. E’ qui infatti, nella capitale della nazione divisa tra due continenti, Europa e Asia, che un gruppo di militari, nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, tenta di rovesciare l’attuale governo, presieduto da Recep Tayyip Erdogan appartenente al partito AKP (di ispirazione islamista e conservatrice).

Per le strade si fronteggiano due schieramenti: da un lato i golpisti formati da fazioni dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e della Gendarmeria, ai quali si aggiungono sostenitori locali; mentre dall’altro i sostenitori del Governo Turco, la polizia, una fazione delle forze armate e altri sostenitori locali.

L’azione militare si svolge a partire dalle 22, quando la Gendarmeria effettua la chiusura di due ponti sul Bosforo con dei carri armati. In seguito verso le 22.20 il ministro Binali Yildirim conferma le voci riguardanti un tentativo di alcuni militari di effettuare un colpo di stato, poiché alcuni jet ed elicotteri vengono avvistati mentre sorvolano a bassa quota sia Istanbul che Ankara. Dopodiché l’esercito turco invita la popolazioni a rientrare nelle proprie case. Successivamente viene bloccato qualsiasi accesso ai social network, tra cui Facebook, Twitter, Instagram e Youtube. Circa verso le 22.40 i militari bloccano con i carri armati gli accessi all’aeroporto di Istanbul. Dopo dieci minuti i golpisti prendono in ostaggio Hulusi Akar, capo di stato maggiore delle forze armate turche, riescono anche a impossessarsi della sede del partito AKP e dichiarano alla TV la creazione di una nuova costituzione che si erga garante della democrazia e della laicità. Alle 23.35 però la situazione subisce un brusco ribaltamento: il presidente Erdogan si collega, tramite FaceTime, con la CNN turca e invita il popolo a resistere e scendere in piazza per contrastare l’azione golpista. Da quel momento inizia l’inesorabile fallimento del golpe, trasformatosi quindi in un putsch.

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Il presidente turco Erdogan sospetta che dietro al tentato colpo di stato ci sia l’influenza dell’imam ed esperto di politica Fethullah Gulen, attualmente esule negli Stati Uniti. Per Gulen viene dunque promulgato un mandato di cattura. Al contrario l’imam denuncia lo stesso presidente, al quale il fallimento del colpo di stato ha dato la possibilità di attaccare i dissidenti. Le drammatiche conseguenze vengono definite da un analista di Amnesty International “le epurazioni di Erdogan”. Queste statistiche indicano quanti dipendenti pubblici e professionisti hanno perso il posto di lavoro: più di 2000 magistrati, circa 8000 poliziotti, 15.200 insegnati pubblici, 21.000 docenti privati. Inoltre a tutti i professori universitari è stato negata la possibilità di espatriare, 6.000 militari sono stati imprigionati, quasi 4.000 persone sono state arrestate e il mondo della comunicazione e dell’informazione, radio e tv, ha subito la chiusura di 24 emittenti. La democrazia della Turchia, paese appartenente alla NATO, vive ora un drammatico periodo, dal quale non si sa come emergerà.

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