• venerdì , 4 Dicembre 2020

La vendetta del faraone

16 febbraio 1923. Howard Carter, archeologo inglese, per primo, entrò nella tomba del famoso faraone egizio Tutankhamon. La popolazione autoctona mise in guardia Carter riguardo alla maledizione del faraone, ma quest’ultimo non si lasciò intimorire. Da quel giorno ebbe inizio una serie di morti che colpì tutti coloro che erano collegati con la spedizione di Carter.

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La prima vittima fu il finanziatore della spedizione George Herbert e dopo di lui altre venti persone. Oggi però sono pochi quelli che ancora credono a questa maledizione. I più scettici, invece, hanno cercato una spiegazione scientifica per queste morti. A questi appartiene l’ingegnere americano appassionato di archeologia e misteri L. Cohen. Quest’ultimo propose una teoria che legherebbe le presunte vittime del faraone ad altre misteriose morti avvenute in Egitto. L’ingegnere americano individuò sintomi comuni in ben cinque archeologi operanti nei primi del Novecento e anche in 16 tra quelli che lavorarono nella tomba di Tutankhamon.

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Cohen capì dunque, in seguito ad un’accurata ricerca, che la causa di queste morti furono le radiazioni presenti all’interno delle tombe. Lo stesso Carter sviluppo un cancro dopo aver per molti anni manifestato sintomi simili a quelli dei compagni. Questa fu la prova che i faraoni prima di essere rinchiusi all’interno delle loro tombe, venivano prima irradiati. A supporto di questa tesi vi sono diversi elementi. Nel caso del faraone bambino, per esempio, sono state trovate bruciature e annerimenti sul viso e sulle mani, i capelli caduti ed una specie di combustione spontanea che avrebbe annerito le bende.

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Altri negano invece le affermazioni di Cohen sostenendo che i capelli sarebbero caduti durante il processo di essiccazione e le bruciature sarebbero dovute a resine o altri fattori. Altri ancora affermano che le bruciature sarebbero state causate da un’imbalsamazione frettolosa o addirittura dai metodi con cui Carter staccò la mummia dal sarcofago. Inoltre questi ultimi adducono a loro favore che nelle mummie presenti al Cairo non sono state rilevate anomalie nel livello di radiazioni. Cohen obietta però che in molte tombe vi sono segni di quello che sembrerebbe un fuoco o un incendio divampato dall’interno. Sempre secondo Cohen l’emissione di un calore così intenso sarebbe dovuto al processo di decadimento nucleare, che gli egizi conoscevano e sfruttavano.

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Mattia Mancini, controbatte affermando che le radiazioni registrate nella Valle dei Re sarebbero una conseguenza della fuoriuscita di gas radon, presente in natura. La teoria delle radiazioni pare dunque essere fallimentare. Per giustificare le morti sospette si era ipotizzata un’iniezione polmonare dovuta alle spore di fungo contenute nel guano di pipistrello. Teoria che però non tenne in considerazione il fatto che nella tomba sigillata non vi erano tracce di volatili. Fu in seguito il calcolo statistico di un ricercatore australiano a fare luce su questo mistero. Questo dimostrò infatti che tutte le persone venute a contatto con la tomba o la mummia di Tutankhamon sono morte ad un’età media di 70 anni, contro i 75 dei loro colleghi, in media a 20 anni dalla scoperta: una differenza statisticamente poco significativa. Anche il ritrovamento dell’iscrizione maledetta sembra essere fasulla, nonostante a volte gli antichi lanciassero veramente cruente minacce contro i profanatori di sepolcri. Un lampante esempio è quello della tomba del governatore di Elefantina Serpenut dove è scritto:”Chiunque commetterà malvagità su questa tomba, possa Hemen non accettare i beni che offre e il suo non ereditarli”. Nonostante tutte le spiegazioni scientifiche resta comunque un velo di mistero sulla maledizione del faraone, forse l’ira di Tutankhamon è sta veramente risvegliata.

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