• lunedì , 30 Novembre 2020

Viaggiare è…

Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente; dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perché. I loro desideri hanno le forme delle nuvole
[Charles Baudelaire]

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E’ nella natura di ogni uomo viaggiare, non restare fermo. Si tratta di una pulsione. Un anelito. Difficilmente esplicabile a parole quindi. Pochi, fortunati viaggiatori sanno realmente ciò che stanno cercando. Più nitida è la consapevolezza di ciò che si tenta di fuggire: la monotonia, una vita frenetica, una difficile situazione familiare o sentimentale. Le ragioni che spingono le persone ad abbandonare comfort e sicurezze per mettersi in viaggio sono molteplici, ma la tendenza universale è quella di un netto incremento dei flussi turistici nell’ultimo decennio. Le statistiche lo confermano. Il World Tourism Organization ha calcolato che nel 2013 i viaggiatori internazionali hanno superato per la prima volta il miliardo di unità, contro i 677 milioni del 2000. Le analisi del Visa Travel Intentions Study si focalizzano poi sull’incremento dei cosiddetti “solo travellers”, i viaggiatori in solitaria, che hanno visto un aumento del 9% rispetto al 2013. Secondo la stessa statistica, il 24% dei viaggiatori hanno svolto il loro ultimo viaggio oltremare da soli.

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Non bisogna scavare poi così a fondo tra statistiche e dati per attestare che il viaggio è una categoria quanto mai vicina al nostro sentire. La rivista “Internazionale” ha dedicato al tema l’intera edizione di Agosto. Un telefonino, un computer o una televisione non sono più sufficienti. Si è finalmente capito che non è poi così avvincente viaggiare su di una sedia. E che vedere il mondo con gli occhi altrui non vale veramente. Una rassicurante insoddisfazione si è insinuata nella nostra società. La consapevolezza che in fondo ciascuno non è così indispensabile quanto crede di esserlo. O la constatazione di un vuoto che né la carriera, né i soldi, né la più recente trovata tecnologica potranno colmare. Il viaggio rappresenta il tentativo di risolvere questa insoddisfazione. Non che viaggiare sia la sintesi della felicità. Riprendendo Cesare Pavese: “Viaggiare è una brutalità. Obbliga ad avere fiducia negli stranieri e a perdere di vista il comfort familiare della casa e degli amici. Ci si sente costantemente fuori equilibrio. Nulla è vostro, tranne le cose essenziali – l’aria, il sonno, i sogni, il mare, il cielo”. Insomma, viaggiare riporta spesso con i piedi per terra. Aiuta a disciplinare l’immaginazione, per vedere le cose per ciò che realmente sono.

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Zaino in spalle o trolley sotto mano, il bello del viaggio è la sua natura personale e totalmente soggettiva, pienamente conforme alla propria indole e volontà, in una vita spesso fatta di compromessi. La meta è una delle tante variabili. L’importante è viaggiare. Non restare immobili, perché è ciò che di più pericoloso si possa fare. Viaggiare perché non solo allarga la mente, ma le dà anche forma. Viaggiare per conoscere meglio se stessi. Per prendere confidenza con se stessi. Viaggiare perché mette faccia a faccia con i propri limiti, le proprie debolezze. Viaggiare per capire cosa è indispensabile e cosa no. Per prendere coscienza del fatto che non sempre ciò che si vuole coincide con ciò di cui si ha bisogno. Viaggiare per imparare a relazionarsi con tutti i tipi di persone. Viaggiare per mettersi alla prova. Viaggiare per imparare a lasciarsi stupire. Per sentirsi parte di qualcosa. Viaggiare per imparare a condividere. Per toccare con mano la varietà che caratterizza il mondo. Per andare al cuore delle cose. Per osservare, affascinati, persone che normalmente si ignorano a casa. Viaggiare per saziare, almeno in parte, quell’innata sete d’infinito che tutti conoscono, quell’inspiegabile curiosità che ci assilla.

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