• mercoledì , 25 aprile 2018

Back from Rio

Il sole è coperto dal pallore delle nuvole minacciose e le foglie svolazzano per il cortile in porfido nel pomeriggio autunnale quasi desolato in cui incontriamo Ernesto Tosetto, ex allievo della nostra scuola, volontario ai Giochi Olimpici di Rio 2016. È schietto, spigliato e vivace, va un po’ di fretta perché non vuole perdersi quello che sarà il pareggio tra Italia-Spagna alla Juventus Stadium. Ma lo tratteniamo poco, giusto il tempo  di rivolgergli qualche domanda sulla sua esperienza a Rio de Janeiro.

Ci descrivi in due parole la vita del volontario?

C’erano tanti tipi di volontari. Coloro che si occupavano di Event Service indossavano una divisa verde, queli adibiti alle traduzioni una gialla. I volontari medici erano in rosso, gli aiutanti arbitri in blu. Io facevo parte dell’Event Service e mi occupavo dello svolgimento degli eventi nello stadio dei tuffi e della pallanuoto, nel Maria Lenk Aquatics Centre. Lavoravo o la mattina o il pomeriggio. Prima del lavoro, noi volontari ci riunivamo in una saletta e i nostri capi-gruppo ci spiegavano cosa fare (naturalmente in portoghese). Il mio lavoro era abbastanza semplice: scannerizzavo i biglietti degli spettatori o guardavo se le persone con determinati accrediti potessero entrare. Oppure stavo nello stadio a dare indicazioni. Altre volte, semplicemente, mettevo i passeggini dei bambini in un magazzino, davo ai genitori un numeretto che poi mi restituivano al momento della consegna. La mia destinazione preferita, di sera, era Casa Italia, dove incontravo gli atleti della nostra nazione: ho scattato foto con molti di loro. È fondamentale per un volontario essere sempre sorridente, accogliente e gentile, bisogna creare un ambiente che rispecchi i valori olimpici.

Perchè proprio al Maria Lenk? Appassionato della pallanuoto?

No, veramente no. E neanche di tuffi. In realtà mi piace il nuoto, ma sono stato abbastanza fortunato ad essere assegnato lì (c’è anche chi è finito a fare il volontario in aeroporto). Il mio stadio era all’interno del parco olimpico. Nonostante fossi assegnato al Maria Lenk, potevo spostarmi liberamente, durante le ore di pausa, negli altri stadi. In teoria ero autorizzato ad accedere solo all’Aquatics Centre, ma sapendo bene come fare i controlli negli stadi, sapevo altrettanto bene come superarli (ammicca, sorridendo, ndr).

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Sei riuscito a vedere dal vivo qualche competizione?

Certo che sì! Moltissime. Tranne quando lavoravo in biglietteria, ma cercavo sempre di avere un ruolo dentro lo stadio. Ho visto Paltrinieri, la medaglia d’oro italiana nel nuoto, ho visto la Pellegrini nella staffetta femminile e Phelps, veramente mastodontico, nella piscina d’allenamento. Ho incontrato Bolt, anche se l’atletica non mi è piaciuta molto, troppo dispersiva. Ho visto anche la scherma, la pallamano, ma non il calcio. Il vantaggio più grande era che per me era tutto gratuito, molti biglietti mi venivano regalati.

Sei partito da solo per Rio?

Sì. Ho trovato dei coinquilini tramite Facebook, anche loro volontari. Abbiamo alloggiato in un appartamento vicino alle strutture.

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Se parliamo di prezzi?   

A noi volontari non hanno pagato né il volo né l’alloggio. Ci hanno regalato tre divise e un paio di scarpe, uno Swatch, un abbonamento del pullman e un buono pasto per la mensa del parco olimpico. Avevamo il cibo, avevamo questo in fin dei conti. L’affitto della casa, i quel periodo, era molto più costoso del normale, per non parlare del volo, che ho potuto prenotare solamente appena due mesi prima, quando ho ricevuto la lettera d’invito.

Andare a Rio è stata un’iniziativa personale o una scelta presa su consiglio di ex volontari olimpionici?

È stata una mia scelta. Qualche anno fa avevo fatto il volontario per un piccolo evento in Inghilterra. A fine estate 2012 avevo già iniziato a pensare di fare il volontario alle Olimpiadi. Bisogna prenotarsi come minimo 2 anni prima. Ho fatto l’application nel 2014: c’è una selezione basata su test attitudinali, test di conversazione in chat online con i responsabili. Solo a maggio 2016 mi è arrivata la lettera di invito. Ero elettrizzato, non vedevo l’ora di partire.

Hai visto altri italiani?

Circa 150, quindi pochissimi rispetto al totale. Tre o quattro di Torino, ci siamo aiutati a vicenda. Il 70% dei volontari era costituito da Brasiliani, il restante 30% proveniva da tutto il mondo.

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Una parola sull’organizzazione dei giochi. Rio non è Zurigo, immaginiamo.

Per quanto riguarda la mia personale esperienza di volontario, credo che mi abbiano dato istruzioni troppo vaghe e approssimate. Un altro problema è stata la lingua: si parlava solo ed esclusivamente portoghese, speravo che almeno i team leader parlassero inglese. Ho trovato un grande aiuto nei colleghi che parlavano sia inglese sia portoghese. In ogni caso, l’italiano è abbastanza simile al portoghese, ma non oso immaginare quanto i miei colleghi cinesi riuscissero a capire. Da criticare, inoltre, sono certamente i prezzi troppo alti dei biglietti, prezzi europei che hanno tolto a gran parte della popolazione locale la possibilità di assistere. Anche il villaggio olimpico ha creato disagi agli atleti: primo tra tutti i bagni senza acqua. Poi l’acqua della piscina dell’impianto in cui lavoravo è diventata verde, perché si sono rotti i filtri.

D’altra parte, i trasporti sono stati gestiti abbastanza bene, non c’era neanche troppo traffico. L’allarme del virus Zika si è rivelato essere falso, era inverno e non c’erano tante zanzare. Io non ho fatto né vaccini né iniezioni di alcun genere. La sicurezza alle Olimpiadi era ben organizzata, reparti dell’esercito giravano lungo il perimetro degli stadi. Geniale l’idea di non abbattere tutte le strutture costruite in vista delle Olimpiadi, ma conservarne alcune e trasformarle in centri di aggregazione (forse istruzione) per i favelantes.

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Durante la tua permanenza a Rio devi aver avuto occasione di toccare con mano la vita carioca, vivere la città, conoscere le diverse realtà di questo posto magnifico.

Sono stato a Rio per 24 giorni. Ho respirato l’aria di una città meravigliosa e piena di vita, una città di giovani allegri e spensierati, una città colorata, con vedute e panorami mozzafiato. Anche se devo ammettere di essere venuto in contatto con una civiltà culturalmente molto indietro rispetto alla nostra. Sono problemi più che mai attuali quelli della sanità, dell’istruzione e della corruzione. A Rio, inoltre, il tasso di delinquenza è altissimo: è difficile camminare per strada con il telefono in mostra senza essere derubati (come tra l’altro è successo a due miei coinquilini). Per questo le case e le macchine sono blindate. Io sono andato spesso in giro per la città da solo, ma è un rischio che bisogna essere disposti a correre. E poi bisogna dire che il tasso di delinquenza varia anche in base ai quartieri: Cobacabana e Ipanema abbastanza sicuri, Lapa poco raccomandabile. C’è un grande dislivello economico, la classe media non esiste. Ho visto con i miei occhi la povertà assoluta delle favelas, che ricoprivano il profilo delle colline di Rio.

È un’esperienza che ripeteresti?

È stata un’esperienza fantastica e ne conservo un ricordo bellissimo, ma le spese sono state tante. Dunque, se mi pagassero il volo e l’appartamento, sì.