• lunedì , 22 gennaio 2018

La guerra dietro un obiettivo

Raffiche di kalashnikov intervallate alle urla di una bambina che piange. Sirene anti-bomba e famiglie che scappano verso il mare o il deserto: una fuga disperata ovunque la guerra non li possa trovare.

A poche centinaia di chilometri dalle nostre case calde e accoglienti ogni giorno migliaia di persone innocenti vengono uccise dai bombardamenti o dalle mine nascoste sotto terra. Tutto questo non si vede ai telegiornali, preoccupati di trasmettere sondaggi sulle elezioni americane ma non dei palazzi sventrati e abbandonati nelle città siriane. Tutto questo però è esposto a Palazzo Madama nella mostra “In prima linea. Donne fotoreporter nei luoghi di guerra”, che Il Salice ha visitato venerdì 4 novembre.

Camille Lepage - una coppia attraversa le macerie dopo un bombardamento

Camille Lepage – Una coppia attraversa le macerie dopo un bombardamento in Sudan

Dal 1945 sono state combattute (e si stanno combattendo) più di 100 guerre. Il mondo non è in pace. L’assenza di un conflitto che coinvolga il territorio di ogni singolo Stato non significa pace. Stiamo assistendo alla terza guerra mondiale, e guerra significa morte.

Uomini che uccidono uomini.

Senza pietà.

Il lento suicidio della razza umana.

L’unico modo per raccontare la guerra è viverla, conoscerla da vicino; perché l’immaginazione in questo caso non è che una minima visione di ciò che è la guerra realmente. E quindi bisogna partire, senza avere la certezza del ritorno. Non c’è altra scelta.

Capucine Granier-Deferre - uomini in fuga

Capucine Granier-Deferre – Uomini in fuga

Questa volta a raccontare non sono operatori di pace e nemmeno politici, ma fotoreporter, fotoreporter donne.

Ragazze sotto i trent’anni che finiti gli studi decidono di intraprendere un viaggio forse di sola andata nelle trincee di tutto il mondo, dalla Siria alla Turchia, dall’Egitto ai Balcani, per documentare i molteplici teatri di un’unica terribile guerra. “Non avete paura?” – rispondono all’unisono ai giornalisti – “Certo, siamo in guerra, ma è la stessa paura che ci permette di essere concentrate, che ci stimola ad andare avanti e non mollare. Ogni volta prendiamo prima i contatti sul posto, conosciamo il territorio, sappiamo bene fin dove possiamo spingerci e quando è il momento di fermarsi.” E qualcuna aggiunge “Forse ad un uomo non avreste fatto questa domanda!”.

Si parla spesso dei loro colleghi maschi, ma le donne fotoreporter sono tantissime al giorno d’oggi,e molte hanno meno di trent’anni. “Sono stanca delle questioni di genere” – dice Alison Baskerville intervistata da Niccolò Zancan su La Stampa – “Una buona foto è una buona foto, non importa chi l’ha scattata”. Purtroppo però la visione della donna come essere “debole” è una realtà ancora molto diffusa.

Tuttavia, il coraggio di queste giovani donne è straordinario: la decisione di rinunciare a tutte le certezze e le comodità di cui usufruiscono le loro coetanee e intraprendere invece un tipo di vita che le costringe a vivere con il giubbotto anti proiettile ventiquattro ore su ventiquattro, a dormire nei sacchi a pelo sui pavimenti gelidi delle rovine dei palazzi bombardati, con addosso il passaporto e le scarpe, pronte a fuggire in qualsiasi momento le rende protagoniste di vite straordinarie. Nessun luogo è sicuro, nessun “fixer” (è il nome dei contatti sul posto) è affidabile. Le uniche sicurezze sono il giubbotto e il pesante zaino con l’attrezzatura e il kit di primo soccorso.

Camille Lepage - uccisa il 12 Maggio 2014 all'età di 26 anni

Camille Lepage – Uccisa il 12 Maggio 2014 all’età di 26 anni

Non sono ammessi errori né ritardi, e a volte si paga con la vita. La ventiseienne Camille Lepage ha perso la vita durante un’imboscata, mentre stava svolgendo il suo lavoro. La guerra esige i suoi tributi.

La potenza dell’immagine deve portarci a riflettere sulla cruda realtà della guerra e non a voltarci dall’altra parte: ciò che le parole non riescono a esprimere ci viene presentato dinnanzi agli occhi in tutta la sua dirompente potenza. E non possiamo distogliere lo sguardo, come smetteremmo invece di leggere e torneremmo alle nostre mansioni quotidiane. Non possiamo perché non ne siamo in grado.

Shelly Kittleson - una madre mostra la foto del figlio caduto in guerra

Shelly Kittleson – Una madre mostra la foto del figlio caduto in guerra

Non riusciamo a togliere gli occhi perché abbiamo paura. Perché prendiamo coscienza della realtà da cui fuggivamo. Perché la guerra è paura, paura dell’altro e paura di noi stessi.

Ed ecco allora la potenza espressiva della fotografa Maysun che ritrae il volto pieno di disperazione di una donna con il vestito rosso, lo sguardo atterrente di un bambino che tiene in mano un fucile di Bambù immortalato da Virginie Nguyen Hoang o lo scatto di Shelly Kittelson in cui coglie l’amore di una madre che mostra la foto del figlio ucciso.

A volte essere donne vuol dire avere una marcia in più. Matilde Gattoni, fotografa adesso residente a Milano, parlando del suo reportage “The swallows of Syria” spiega: “Grazie a questo ho potuto avvicinarmi alle donne del posto, ascoltare le loro storie e fotografarle”. Ad un uomo questo non sarebbe mai stato concesso: infatti negli stati islamici più estremisti le donne possono essere viste solo da maschi appartenenti alla loro famiglia. Non è quindi difficile capire come venga a crearsi un forte legame di solidarietà e rispetto che spinge queste donne ad aprirsi e a raccontare degli abusi che hanno subito (e subiscono) e della determinazione a non mollare, a voler decorare la casa con vasi, oggetti, fiori colorati per rendere un luogo altrimenti testimone di atrocità e violenze, un po’ più umano e accogliente, pur sapendo che la guerra non lascia tregua e da un momento all’altro si potrebbe ripartire.

Maysun - la madre di un ragazzo uccisio dall'esercito

Maysun – La madre di un ragazzo ucciso dall’esercito

Sono una settantina gli scatti esposti: alcuni testimoniano senza filtri la cruda e cruenta violenza del conflitto, mentre altri hanno uno sguardo più dolce, con un occhio quasi “materno” sulla vita (stra)ordinaria di chi è costretto a convivere con la guerra.

Le fotografie più importanti, tuttavia, sono quelle che non vengono scattate. Bisogna riconoscere quando è il momento di fermarsi, di rinunciare alla macchina, perché prima viene il rispetto, e l’umanità. Racconta Andreja Restek a La Stampa: “Abbiamo il dovere di essere onesti, non di vincere il World Press. Mi è successo di rinunciare ad uno scatto dopo un bombardamento ad Aleppo. In quella devastazione erano rimaste solo due bambine. Si aggiravano perse, con un sacchetto di plastica in mano. Ho fatto una foto ma poi mi sono fermata. Ci siamo abbracciate per dieci minuti”.

Ci sono momenti in cui persino in una guerra che causa la morte di milioni di persone si crea affetto, amore. Poi c’è la passione per il lavoro, per il racconto dalla verità: che stimola e protegge queste donne più di un giubbotto anti-proiettile.