• domenica , 20 Settembre 2020

Un giorno nel passato

Stupirsi, meravigliarsi, affascinarsi. Queste sono le parole chiave per cogliere a fondo l’essenza della civiltà egizia. Davanti a un papiro, a una tomba o a degli utensili bisogna porsi delle domande, e non fermarsi semplicemente a ciò che si vede, alle apparenze. 

Andare in prima persona a visitare il museo Egizio di Torino è certamente il primo passo per conoscere a fondo questa straordinaria e misteriosa cultura.

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Dalle mummie ai manoscritti, dalle toilette dell’epoca ai sarcofagi di pietra preziosa o legno.

Davanti ai resti di un corpo raggrinzito, conservato dal sale, la prima sensazione è di ribrezzo, ma successivamente ci si stupisce delle piccolezze, del fatto che quell’uomo era uno come altri, poteva essere uno come noi. E’ incredibile come questi reperti storici di grandissimo valore possano acquisire così poca importanza. Esso, a differenza di altri corpi, non è avvolto dalle bende usate per la mummificazione, e non è stato ritrovato il suo sarcofago (si presume non ce l’avesse). Generalmente ogni famiglia ne possedeva uno, e a seconda della loro disponibilità economica, la grandezza variava, e il defunto doveva adattarsi ad essa (quindi veniva piegato in due e le ossa dunque si spezzavano).

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Oramai si sa che questa civiltà si fondava sul principio dell’aldilà, ed è forse il punto più importante è significativo che noi oggi ricordiamo. Questo concetto lo si ritrova nei papiri, ma anche nelle statuette, che rappresentano gli dei o schiavi, le quali venivano costruite con lo scopo di servire e proteggere il defunto nella vita oltre terrena.

Esse erano uno degli oggetti più pregiati e preziosi, in quanto composte da materiali quasi introvabili (privilegio dei più ricchi). 

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Nel museo si trova una delle statue in legno dell’antico Egitto più alte di quell’epoca. A quel tempo le persone venivano rappresentate nelle pitture e nelle sculture con un colore della pelle scura, per coloro che rappresentavano una classe sociale più bassa e che lavoravano esposti ai raggi del sole per molto tempo (ad esempio i contadini), mentre ai più ricchi era riservato il colore bianco, che era segno di nobiltà e ricchezza.

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Il papiro è una delle più grandi scoperte che l’uomo abbia fatto, ed è una delle più grandi creazioni dell’antichità. Nel momento in cui ci si ritrova dinanzi a un testo scritto in geroglifico, lo si inizia a osservare, ad analizzare e si osserva l’incredibile bellezza di questa lingua, che, nonostante sia stata tradotta, ha ancora oggi un’ombra di mistero, e nella sua semplicità e complessità affascina le persone di tutto il mondo, non solo gli appassionati. La gente si avvicina un po’ di più a questi fogli di lunghezze smisurate per vedere con chiarezza la diversità, e qualcuno può anche dire la “stranezza” di questi segni, che “sono dei disegni un po’ più complicati” (citando la guida del museo), quasi impossibili. Effettivamente tutt’oggi, nel linguaggio quotidiano, per indicare una grafia brutta e incomprensibile si utilizza l’espressione “scrivere in geroglifico”. Una particolarità di questi testi è che venivano scritti da destra verso sinistra, come, dopo tutto, altre lingue odierne. Ci sono voluti anni e anni per tradurre i papiri, dal momento che non tutti sono stati ritrovati in ottime condizioni e la cosa più difficile è stata capire cosa gli egizi ci volessero raccontare attraverso essi , cosa volevano esprimere. Sicuramente un fattore che ha aiutato gli studiosi a comprenderli, sono state le svariate rappresentazioni di persone, dei o animali che “raccontavano” ciò che veniva narrato nel testo.

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Non sono dei semplici oggetti quelli che si ritrovano in questo museo, ma sono quelli che raccontano una storia, la propria storia, una storia che resterà nel tempo e nella mente di ogni persona.

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