• martedì , 26 settembre 2017

EDITORIA s.p.a.

C’era una volta uno scrittore. Il suo lavoro era denunciare la corruzione della società, l’ipocrisia delle persone e la dilagante piaggeria nei confronti dei potenti. Il suo talento era quello di portare il lettore, con uno stile semplice e diretto che Cicerone avrebbe criticato quanto Lisia elogiato, al palesamento di Verità sempiterne. Un insegnamento che, opportunamente decontestualizzato, sarebbe diventato facilmente patrimonio culturale e morale della persona umana.

 

Questo il ruolo di Giorgio Volpe, protagonista di “Sull’orlo del pregiudizio”, romanzo breve di Manzini (lo scrittore dei gialli di Rocco Schiavone, da cui è stata tratta l’omonima serie TV). Quindi, nonostante la critica fosse positiva, la casa editrice decise che gli incassi non erano sufficienti. Qui iniziano le peripezie del personaggio principale che, sebbene fosse lo scrittore più famoso della sua società, non riuscì a trovare alcuno disposto a pubblicare la sua opera integralmente, rispettando la sua libertà d’espressione. Ed è curioso notare come in un primo momento il protagonista accetta di farsi aiutare ad andare incontro ai gusti del pubblico.

Il libro, non quello metaletterario, è uscito nel 2015 ed è una velata metafora della crisi dell’editoria moderna. Un racconto che denuncia la situazione critica a cui sono giunti i compromessi tra il delectare ed il tradere. Come in ogni altra azienda, sono solo più i numeri a contare. Come in ogni altra azienda, non esiste più la critica se non quella della massa dei consumatori. Come in qualsiasi industria, il prodotto è sempre uguale a se stesso. Lo scrittore è il marchio di cui l’articolo è il libro.

Antonio Manzini; Sull'orlo del precipizio
“..Volpe, lei sarà un codice prodotto. E qualsiasi libro scriverà, di qualsiasi genere, forma e contenuto, lei otterrà sempre quei livelli di vendita. [..] Per esempio la Ferrero. C’è un codice prodotto, per la Nutella, diciamo, ed è sempre lo stesso. E ogni anno prevedono quante se ne venderanno”.

Come infatti afferma il sito wuz.it (http://www.wuz.it/articolo-libri/5545 /poesia-italiana-contemporanea-novecento-millennio-storia.html) : “L’influenza delle scelte editoriali e di un ufficio stampa diventa di gran lunga superiore a quella di qualsiasi critico”; e ancora: “La critica si abbassa al livello dell’opinionismo”. In altre parole la casa editrice si accorge di incassare bene con un determinato genere, dunque si arroga il diritto di commissionare vari e vacui epigoni per aumentare gli incassi sulla scia dell’onda.

Hunger Games vende, si pubblicano decine di altri romanzetti “distopici” (sempre che così possa essere definito il genere) sul suo modello. Twilight incassa ed escono in libreria numerose altre saghe fantasy fatte con lo stampino noir-vampiresco. D’Avenia piace ed ecco che improvvisamente le sale si riempiono di nuovi libercoli di matrice filosofica-sentimentale. E, quando si ha l’occasione di vedere trasparire dall’inchiostro un’idea propria dell’autore, si ha la certezza che questi si sia imposto una coercizione del proprio pensiero. C’è dunque da chiedersi se esista ancora la libertà di stampa o se tra qualche anno l’autore non verrà più nemmeno specificato. Non trame, ma nugae. Non più storia, ma esercizi di stile. Non più sostanza, ma bellissima apparenza. Emblematico è il neo cursus honorum dello scrittore moderno. Oggi si pubblica capitolo dopo capitolo periodicamente sul proprio blog, basando il dipanarsi degli eventi successivi sui commenti di coloro che hanno letto quello precedente. Il caso più celebre è After, il romanzo rosa-sentimentale divenuto vademecum per molte ragazzine. L’autore quindi implicitamente rinuncia a trasmettere, a diffondere e ad essere testimone del proprio modus vivendi a favore di una, tristemente probabile, tiratura maggiore. Vende il proprio stile come un pittore al quale è stato commissionato un ritratto: la mano è la sua, il soggetto no.

Nonostante ciò c’è ancora chi, forte della fama già ottenuta, o protetto da un generoso conto in banca, riesce ad ottenere una qualche indipendenza nella pratica della propria arte. E tra questi bisogna attuare un’ulteriore cernita tra chi è degno di entrare a far parte di un’antologia italiana e chi verrà logorato dall’inesorabile passare del tempo fino ad essere dimenticato. Privi di punti certi, si barcolla nell’incertezza. Se i numeri non sono necessariamente sintomo di bravura e perizia artistica e i “critici” sono ormai uomini di spettacolo comprati da un superficiale sistema qualunquista, quale criterio di giudizio adottare oltre la speranza che, col ciclico passare del lieve vento della moda, le opere di un reale peso letterario restino?