• mercoledì , 2 Dicembre 2020

L’esodo, ultimo canto dei migranti

Guardando Palazzo Reale, poco prima della gemma preziosa di San Lorenzo, si trova il Palazzo della Regione Piemonte, dove, in un venerdì di sole, la redazione del Salice, e non solo, si è recata. Oggetto di tanta attrattiva è stata l’esposizione εξοδος, «rotte migratorie, storie di persone, arrivi, inclusione». Non la solita mostra sulla «crisi dei migranti», bensì la rappresentazione, attraverso 40 scatti made in Turin, e due videoclip, dell’Uomo dietro al dramma. Speranza, disperazione, diffidenza, paura. Articolata nei momenti emblematici del viaggio di questi uomini migranti, la mostra avrebbe come scopo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, oramai invasa da una deriva neopopulista.

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foto di Matteo Masoomi Lari

Origini. Ha solo uno scatto questa sezione. L’autore è il torinese Paolo Siccardi, per l’occasione, cicerone della visita. Un edificio barcollante attraverso le crepe concentriche di una pallottola in un parabrezza. Questo, lo scatto simbolico (la foto arriva dalla Siria, epicentro di fuga) scelto per dare il via alla narrazione.

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Mare. Quello dell’adirato Poseidone accompagna l’odissea di salvagenti arancioni. Arrivano su imbarcazioni improvvisate, e molto spesso se ne vanno in acque sconosciute. Lo dice Paolo, che di tratte migratorie ne sa. Lui ha seguito per quasi dieci anni la cosiddetta «rotta balcanica», ma il terrore e le ondate sono paragonabili a quelli del «corridoio centrale». Gli appellativi richiamano i due differenti itinerari di viaggio a disposizione dei fuggiaschi. Il primo, raccoglie anime dal Medio Oriente; il secondo, dal continente africano. Siccardi spiega che, se pur breve, il tratto di acque da compiere, fra la Turchia e le spiagge euro-elleniche, viene pagato a caro prezzo da chi intraprende questo viaggio. Con la vita e col denaro. Ad essere salato, infatti, non è soltanto il mare: la cifra oscilla fra i 500 e i 700 dollari a persona.

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Strada. Se si ha la fortuna di superare le onde del mare, si arriva alle spiagge di una nuova vita. Ma i problemi sono appena iniziati. I richiedenti asilo percorrono interi paesi a piedi o su mezzi di trasporto raffazzonati alla ricerca di un luogo dove porre fine a quest’epopea. L’assurdità di questo viaggio, dice Siccardi, sta nel continuo entrare (Grecia) ed uscire (Macedonia) dal territorio europeo. Nei paesi fuori dall’UE le spese poi continuano. Per esempio, i migranti hanno ventiquattr’ore per abbandonare il territorio macedone, dove il governo locale ha gentilmente concesso loro l’uso di vagoni esclusivi. All’agile costo di 25 euro a persona. Neppure il dolore umano scatena atti di generosità negli animi di certa gente.

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Campi. Una sedia e un sacco pelo, da accampamenti di fortuna si trasformano in abitazioni stabili. Questa la sorte per molti profughi, per i quali il viaggio si è fermato, cristallizzato a Idomeni, Kos, persino Ventimiglia. I lavori dei fotografi torinesi racchiudono in modo chiaro queste realtà di fango, tende e code per un pasto. Protagonisti assoluti, in particolare di questa sezione, sono i bambini.

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Barriere. I migranti non trovano porte aperte e sorrisi accoglienti. Trovano muri e reti metalliche, come quella eretta sul confine greco-macedone nell’agosto 2015. Da lì in avanti la situazione è andata peggiorando, fino alla chiusura della «rotta» nel febbraio 2016. Sono una moltitudine coloro che, definiti profughi per cause economiche, sono stati rispediti nei paesi di origine (Iran, Bangladesh). Ogni giorno, di fronte a queste barriere fisiche e ideologiche, si ammassano mani e mani di persone che aspettano solo un segnale per poter passare.

Ma l’esposizione non vuole lasciare in chi la vive un senso di acuta amarezza, bensì di dolce speranza. Speranza e fiducia in quelle piccole cooperative e nelle ONG che stanno facendo la differenza. Siccardi, a malincuore, sa che non c’è stato nessun aiuto da quelle che sono le grandi organizzazioni. Ma dalle sue parole trapela la convinzione di un qualche cambiamento. Deve essere così. Perché Paolo Siccardi, coprotagonista da dietro il suo obiettivo, ne ha viste davvero tante, quasi come loro. E se lui riesce a credere in un cambiamento di rotta, lo possono fare anche coloro che osservano le sue foto in Piazza Castello. E poi, magari, la convinzione diventerà azione che implicherà «rispetto reciproco». Quello del fotografo, quando cerca «di non invadere troppo l’intimità» dei suoi soggetti, e dei soggetti stessi che lo accolgono amichevolmente. La cruda realtà delle cose però, non parla sempre di perfetti rapporti umani edulcorati da spizzichi di rispetto.

Ma, tra le foto appese in mostra, c’è aria di cambiamento. Provare per credere.

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