• domenica , 24 settembre 2017

L’eccezionalità politica di un cittadino

Il potere. Una sola parola che da sola ne esprime tante, che da sola conta più di tutto il resto, che da sola governa, letteralmente, le nostre vite. Il potere, spesso anche più del denaro, è la favilla che accende il cuore degli uomini e dà origine alle lotte e agli scontri più violenti. “Non esistono bene o male: esiste soltanto il potere, e quelli troppo deboli per averlo” affermava inconsciamente in termini manicheistici Voldemort. Pertanto, estrapolando tale frase, il potere, anzi, l’aspirazione al potere, è caratteristica intrinseca ed esclusiva dell’uomo. Del resto si inizia a parlare di storia e civiltà dalla nascita della scrittura, ma soprattutto dalle primitive ed ancestrali forme di governo, e dunque di potere.
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La storia, magistra vitae, mostra come nei popoli più antichi, dai Sumeri agli Egizi fino ai Persiani, il potere si concentrasse nella mani di un singolo uomo divinizzato. Il modello del re-divinità, sebbene in seguito superato da concezioni più pragmatiche e oggigiorno laiche, tornerà spesso in auge nella storia antica, come dimostrano appunto i Faraoni, i re di Persia o persino la dinastia imperiale romana dopo Giulio Cesare.
Tuttavia, tornando agli albori della civiltà, l’ideale del cittadino nemmeno esisteva: tutti sudditi o addirittura schiavi del sovrano, che era sempre e comunque nel giusto, poichè in effetti un dio non può  sbagliare ontologicamente, in quanto errare humanum est.
Il livello di adorazione e devozione verso questi antichi monarchi (e le Piramidi sono ancora in piedi a dimostrarlo) fu unico e neanche lontanamente paragonabile alla devozione dei nazisti verso il loro Fuhrer.

Nel tempo la monarchia assoluta legittimista, la forma di governo più semplice, è naturalmente cambiata: l’affermazione progressiva dell’aristocrazia in ogni settore la trasformarono, talvolta in vere oligarchie come la Repubblica romana, talvolta in monarchie oligarchiche, come la diarchia Spartana e il Principato. L’oligarchia è la forma di governo più diffusa e comune, nonstante si presenti in forme molto diverse: questo perchè permette un buon governo grazie alla molteplicità dei legislatori e allo stesso tempo una discreta libertà all’uomo comune, che finalmente divenne un πολίτης, un cittadino impegnato nell’attività politica e dotato di diritti e doveri. La portata di questo cambiamento è epocale e difficilmente intellegibile per noi contemporanei: si tratta di una svolta storica per l’uomo, non solo per il rapporto tra cittadino e potere. Usando una metafora del saggio rivoluzionario di Goldstein nel libro 1984, si può dire che questo è il momento in cui alcuni Medi, i più ricchi ed influenti, riescono a diventare Alti.
Eppure nello stesso periodo di nascita delle oligarchie si verifica un evento, forse il più discusso, celebrato e descritto della storia della politica: la nascita (e in seguito fine) della democrazia ad Atene. Questa fu la prima e unica vera democrazia della storia: contestualizzandola, non vi sono altri casi dove vi sia stata la stessa libertà, gli stessi valori, gli stessi νμοι, le leggi così perfette e giuste agli occhi di Socrate da convincerlo a non evadere dal carcere con Critone e a restare a subire la pena a lui imposta dai giudici ateniesi.


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La democrazia Ateniese, eccezionale ed irripetibile, ha sancito dunque la consacrazione del πολίτης (al tempo intesi solo come i maschi liberi di natali e genitori ateniesi) come la migliore condizione politica possibile per un individuo. Nell’Atene dell’Età Classica il connubio tra il cittadino e il potere è totale e fruttuoso: confrontandolo con il suddito il paragone non sussiste nemmeno.

Tuttavia la storia è imprevedibile e, proverbialmente, si ripete: da Catilina ad Augusto, dai bolscevichi ad Hitler, dai guelfi alla Rivoluzione francese, il corso degli eventi è spesso cambiato, cambiando condizione e governo e potere, talora estremizzandone i tratti, come fece il totalitarismo, altre volte unendone le caratteristiche migliori, in un caleidoscopico alternarsi delle (ben più di due) facce della medaglia.
Il cittadino è retrocesso al grado di suddito, mentre in altri casi ed eventi ha migliorato la propria condizione. Il mondo Occidentale della Belle Époque e del secondo dopoguerra sembra aver raggiunto, tramite le proprie repubbliche o monarchie costituzionali, una forma di governo solida, sufficientemente democratica ma dal cuore oligarchico, capace di mantenere la pace ed accrescere il benessere del cittadino (ora denominazione universale), il quale forse non è più un πολίτης nel senso di partecipante estremamente attivo alla vita politica, ma nel suo essere ἰδιώτης è certamente più felice, ricco e benestante di prima, ringraziando anche la Rivoluzione industriale ed Edison.

Dunque l’unica caratteristica davvero comune ad ogni forma di governo, ovunque e sempre, è la presenza degli uomini: ecco perchè alla fine l’oligarchia è sempre presente anche sotto traccia, e gli unici due casi in cui non lo è stata, la democrazia ateniese e l’autocrazia, sono rispettivamente un caso isolato ed irripetibile e un dispotismo tirannico destinato fatalmente al fallimento.

La caratteristica del potere è la presenza dell’uomo, oppure forse l’uomo ha la caratteristica di bramare e creare il potere: una differenza netta ma un solo sugo della storia.

L’uomo è la fonte, il letto, l’argine e la foce del potere.