• venerdì , 23 giugno 2017

Conosci te stesso, ma non troppo.

Thauma: meraviglia.

Consapevolezza del colossale spettacolo dell’essere vivi, origine della filosofia. Non relax passivo, ma percezione dell’orrore di esistere.

Rendersi conto di esistere qui e ora significa capire di essere sperduti in un universo di cui sappiamo poco o nulla.

Il mondo soffoca la maggior parte di questo sentimento perché non potrebbe sopportare un agente di cambiamento così grande.

Ammortizzando la realtà, esclude i sentimenti negativi e capitalizza l’esistenza umana costringendoci a essere presenti hic et nunc : il paradigma dell’uomo perennemente consumatore e produttore.

La filosofia è potenzialmente pericolosa, è un desiderio che il mondo cerca costantemente di allentare; la parola mundus etimologicamente significa chiaro, visibile e ordinato, caratteristiche opposte rispetto a quelle della filosofia, che si occupa di oscuro,invisibile e caotico.

Il filosofo invece è colui che è disposto al thauma, rincorre continuamente una sapienza che sa che non potrà mai raggiungere ma che non si stanca mai di cercare.

Andrea Colamedici e Maura Gancitano, al Salone del Libro di Torino, presentando il frutto della  loro nuova collaborazione letteraria (“Viaggi tra filosofia e immaginazione. Lezioni di meraviglia”) 1\individuano proprio nella filosofia la via per affrontare l’inaffrontabile: l’apparente insensatezza della vita.

Dunque la meraviglia non è il punto d’arrivo ma il punto di partenza e il filosofo è colui che ha la capacità di stupirsi (dal latino stupere, ovvero stare fermi, perché è colui che si ferma attonito davanti a ciò che gli altri ignorano).

Non per nulla più di due millenni fa sia Platone che Aristotele hanno testimoniato che è proprio questa l’origine del filosofare; si legge infatti nella Metafisica:

« Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. »
(Aristotele, Metafisica, I, 2, 982b,).

Montale lo definisce “terrore di ubriaco”: il filosofo deve andare oltre i confini della realtà, in una terra di mezzo tra ordinario e straordinario per cogliere la meraviglia. Infatti finchè si vive in una gabbia non si può essere più grande della gabbia che ci contiene.

Oggi non ci si meraviglia più.

Si preferisce la performance allo spettacolo, e in ogni caso ci sentiamo in dovere di provare stupore, ma così facendo creiamo un sentimento “artificiale” che non corrisponde a quello di cui parlavano i due sophoi greci.

Conclusa l’esperienza di meraviglia la depotenziamo sempre di più per poterla gestire meglio, in modo tale da non scombussolare la nostra tranquilla e comoda esistenza e da risintonizzarci sulla stessa frequenza degli altri 7 miliardi di persone. Vittime dello stesso inganno.

Il filosofo è colui che meravigliandosi di tutto è sempre disposto a rivedere la propria convinzione e a mettere in dubbio tutte le certezze, consapevole di essere in possesso di un sapere “relativo” e non di un non-sapere “assoluto” (memore del celebre motto socratico “So di non sapere“).

Filosofo è chi si rende conto di essere parte della danza del mondo e, sedotto dall’ignoto, è posseduto dalla smania di imparare a ballare.