• martedì , 26 settembre 2017

Lavori in corso

Ricerca. Questo è il concetto che ha fatto da filo conduttore tra il nuovo progetto del Museo Egizio di Torino e quello, più antico, degli scavi archeologici di Ernesto Schiapparelli. Oggi Christian Greco, direttore del museo, l’archeologo Paolo del Vesco, lo storico e archivista Beppe Moiso e Marco Carminati, giornalista responsabile dell’inserto “Domenica” del Sole 24 ore, hanno illustrato la storia degli scavi archeologici condotti dal torinese. Noi tutti abbiamo avuto occasione di vedere esposti i reperti ritrovati, tuttavia molti di essi sono ancora conservati negli archivi del museo. Questo è l’argomento della mostra visitabile fino al 10 settembre, “Missione Egitto 1903-1920”, risultato di un’accurato “scavo negli archivi”.

L’idea di partenza è stata quella di rendere il museo un “centro di ricerca”, non soltanto una collezione di oggetti da conservare e da mostrare a visitatori privi di interesse; è fondamentale, sostiene Christian Greco, progredire nella conoscenza. Per farlo è stato necessario andare a cercare, tra migliaia di fotografie e di documenti, nuove informazioni, che hanno permesso di ricostruire un mondo e una dimensione temporale prima sconosciuti, e svelare la storia degli uomini e delle donne che hanno contribuito a rendere il museo grande.

La vicenda di Schiapparelli, diventato direttore del museo nel 1894, è a dir poco avventurosa. Sin da subito il suo intento è stato quello di potenziare la collezione, di rinnovarla poichè ormai antiquata. Iniziando con l’acquistare reperti sul mercato antiquario, si è poi reso conto che occorreva intraprendere dei veri e propri scavi archeologici. Fallito il tentativo di ottenere appoggio economico dal ministero, ha avuto la brillante idea di agganciarsi alle comunità di frati francescani, che spesso hanno partecipato in prima persona alle ricerche.

Sulla storia degli scavi rimangono ancora molte incognite, dovute alla gran quantità di documenti da analizzare e alla difficoltà di collegarli tra loro. Per scoprire la provenienza degli oggetti è necessario un lungo lavoro di ricerca. Ne sono un esempio due giare contenenti 54 papiri, la cui origine era ignota prima che i ricercatori del museo comparassero la fotografia del luogo del ritrovamento con le testimonianze di un archeologo successivo, scoprendo inoltre che altri reperti provenivano dallo stesso luogo. Grazie a questo metodo è stato possibile datare molti oggetti e dare loro una dignità che prima non avevano.

Ma non finisce qui. “L’avventura”, afferma Paolo del Vesco, “continua”, con nuovi progetti di ricerca che si stanno tenendo ora e si terranno in futuro proprio nel territorio che ha restituito un patrimonio così grande e che ha ancora molto da offrire. L’obiettivo è quello di continuare ciò che Schiapparelli aveva iniziato. Di impegnarsi, oltre che a conoscere meglio la sua eredità, a seguire il suo esempio.