• giovedì , 25 maggio 2017

Medici a metà

di Martina Belluscio e Simone Gaia

E’ l’atmosfera che precede l’incontro a parlare da sé. Medici affermati, giovani laureandi, ma soprattutto gente comune. “Medici a metà: Quello Che Manca Nella Relazione di Cura” è il libro presentato da Claudio Rugarli alla trentesima edizione del Salone del Libro. Linguaggio semplice e termini tecnici ben spiegati per i non professionisti descrivono come sia carente e meno efficace l’intervento di un medico senza cuore. Per Rugarli, infatti, il dialogo e la comunicazione tra medico e paziente sono una componente fondamentale nelle fasi di diagnosi e prognosi. La medicina non è un insieme di sintomi e di cure, ma un contatto continuo con l’umano, per conoscerne le vicende e per affrontare insieme ostacoli come la morte o la paura. Comunicare, capire e comprendere: la regola d’oro per un medico completo. Sono concetti che, sfortunatamente, i corsi all’università e le giornate spese sui libri non riescono ad insegnare.

Altra mancata conoscenza che lascia i neo-medici spaesati è una definizione formale di malattia, che è tuttora oggetto di discussioni. Un primo pensiero lo formulò Girolamo Fracastoro, medico del XVI secolo: le malattie sarebbero appartenute alla stessa categoria di germi e microbi; altra opinione è che essa sia una corruzione delle funzioni vitali di un uomo, o ancora che sia una deviazione dal progetto biologico dell’evoluzione, come sostengono Rosenberg, Wullf e Pedersen in “Filosofia della Medicina”. Secondo il professore è l’inidoneità del corpo a seguire il proprio progetto personale: ad esempio, l’artrosi può colpire una persona senza causargli particolari disagi; diverso è il caso di un pianista, che diventa incapace di esercitare il proprio lavoro. Allo stesso modo, dunque, varia il significato di salute. A differenza di cinquant’anni fa, quando ammalarsi era considerata una vergogna, oggi si arriva a parlare di malati immaginari, o in termini tecnici malati funzionali.

Questo fenomeno di medicalizzazione dei problemi umani è sempre più diffuso, visto che chi è malato ha più privilegi. Spesso questi vengono liquidati malamente e non vi è, da parte del medico, alcuna intenzione di comprendere i problemi del paziente o di aiutarlo a superarli. E’ il caso, come ha raccontato, di una sua paziente di molti anni fa, quando si riteneva ancora alle prime armi nel rapporto medico-paziente. La donna, affetta da una malattia organica e attanagliata da una travagliata vita personale, alla conclusione della terapia si era suicidata, arrivata allo stremo delle forze e ritrovatasi senza il proprio rifugio, seppur morboso, dalla depressione. A quel punto, paura, ansia, angoscia hanno preso il sopravvento su di lei, perchè il medico non era stato in grado di aiutarla a combatterle. Anzi, non le aveva neppure individuate.

Troppo spesso vengono svalutati problemi simili e catalogati come bisogno di attenzione. Il medico, per potersi definire tale, non dovrebbe mai farlo, anzi, attenuare l’ansia e la paura fanno parte del suo mestiere, per farlo basta spiegare ciò di cui si sta parlando al paziente, facendolo sentire a proprio agio e migliorando così le probabilità di guarigione.

Potranno la medicina di precisione e altre pratiche come la lettura del genoma sostituirsi alla componente umana?

Di sicuro le macchine sono precise ed efficienti nell’elaborare ipotesi diagnostiche, ma eccedono, proprio per questo motivo, nel terminismo. A un paziente, sottoposto alla lettura del genoma, potrebbe venire diagnosticata un’insorgenza tumorale. In questo, infatti, è utile l’intervento del medico, perchè, quando una macchina propone una fredda e lapidaria percentuale, un medico potrebbe aiutare a metabolizzare lo shock.

Qual è il ritorno per un medico “completo” rispetto a uno che non lo è?

Nessuno. Il sistema non riconosce alcun tipo di premio a questo genere di professionisti nel campo medico, quindi nessun ritorno economico, ma, posso assicurare che la gratificazione personale è altissima. Per sensibilizzare gli studenti di medicina a questo tipo di approccio è nata e sta prendendo piede la medicina narrativa, che consiste nel raccogliere testimonianze di pazienti e leggerle durante le lezioni.

Quanto incide il fattore tempo nell’intervento su una malattia?

Di certo non si possono fare diagnosi troppo presto, perchè si rischierebbe di prescrivere una cura sbagliata, essendosi basati su dati non sufficienti. Allo stesso modo, aspettare troppo porterebbe a conseguenze gravi e irreversibili. E’ fondamentale, perciò, collaborare con il paziente per raccogliere più informazioni possibili e delineare un quadro completo della situazione nel minor tempo possibile. Questo fa della medicina una scienza non esatta.

Detto ciò, abbiamo definito quale sia il comportamento adatto di un medico nei confronti del paziente. Ma il paziente, dal lato suo, cosa deve fare per agevolare il lavoro del medico?

Il malato deve essere il più possibile autentico, dire quello che sente e quello che pensa. Nei miei 64 anni di esperienza, ho potuto notare che più la persona soffre e più è autentica. I malati gravi sono spesso migliori delle persone sane. Ho incontrato persone false che di fronte a una malattia grave, hanno dimostrato una forza e una consistenza d’animo che mi ha colpito.

Cosa consiglierebbe a uno studente in vista del test di medicina? E a uno che già frequenta la facoltà?

Nei test si privilegiano le materie che poi si studieranno durante l’università, cosa, secondo me, sbagliata, in quanto si dovrebbero valutare gli studenti anche in altri settori. Detto questo, per quanto riguarda la situazione attuale, consiglio di fare come fanno tutti: esercitarsi su libri appositi per gli esercizi presenti nel test. E inoltre, questa è una mia congettura, a parità di preparazione tecnica, tra un medico che ha letto Dostoevskij o Freud e uno che non li ha letti, è migliore il primo. Questo perchè trattano la natura umana e il medico deve cimentarsi con questo.  A uno studente di medicina dico che la realtà è diversa da ciò che ha studiato, sarà spaesato e spesso non saprà come comportarsi, ma tutto questo si risolverà con l’esperienza. La medicina clinica, infatti, non può essere teorizzata.

La facoltà di medicina, seconda tra le scelte universitarie degli italiani, è un universo fatto sì di statistiche e dati scientifici, ma anche di una componente umana indiscutibilmente importante. Rugarli ci insegna che se la metà di un medico la fa la scuola, l’altra se la costruisce da solo, con l’esperienza umana.