• venerdì , 15 dicembre 2017

Il tempo di vivere

Non c’è tempo.
Non c’è mai abbastanza tempo per fare tutto ciò che si vorrebbe.
Impegni incastrati l’uno dopo l’altro scandiscono il ritmo delle giornate, governate dalla smania della massima produttività in ogni momento.
Benvenuti sul pianeta del “panta rei”, negli anni in cui la giostra si è rotta e non si ferma più, tra le grida di aiuto di chi vorrebbe scendere.
Oggi tutto è più facile e veloce: un messaggio è sicuramente più immediato di una conversazione di persona, una tastiera più rapida di una macchina da scrivere, Internet più comodo di una biblioteca.
Paura e ansia di non riuscire ad arrivare in orario, di non avere abbastanza tempo, e di non avere tutto sotto controllo hanno il monopolio delle nostre vite, spese ad inseguire orari e consegne.
Questo clima ansiogeno non è salutare né fisicamente né psicologicamente.


Ciò è emerso anche nell’ultimo Congresso nazionale della Società Psicopatologica, tenutosi nel Febbraio 2017 a Roma.
Alberto Siracusano, presidente della società, ha sottolineato che “come evidenzia l’Oms il carico dei disturbi mentali sta aumentando e comporta forti ripercussioni sulla salute e importanti conseguenze sociali, economiche e per i diritti umani”.
Già Maslow nel lontano 1954 affermava che il bisogno di sicurezza, ovvero il sapere in ogni momento di essere protetti e al sicuro, è tanto importante da essere secondo solo ai bisogni fisiologici (come fame e sete).
Per questo motivo lo shock emotivo, l’inquietudine, il terrore legati ai frequenti attentati terroristici hanno contributo a creare un clima estremamente ansiogeno e fuori controllo.
Episodio emblematico di questo terrore è la psicosi dei 30000 radunati in piazza San Carlo a Torino sabato 3 Giugno.


Tutto il centro di Torino correva per mettersi in salvo dal fantasma di un attentato, poi rivelatsi fallace.
Anche se a determinare la sofferenza mentale non sono solo cause di tipo sociale ma anche neurologico, gli esperti ricordano che “la situazione di ansia generale è innescata dalla paura di quello che potrà accadere”, ovvero del futuro.
Oppressi dalla frenesia della vita e dai ritmi della società non si è più capaci di vivere.
Il mondo corre e non riusciamo a stargli dietro: gli impegni si sovrappongono e non si riesce a dare priorità a ciò che effettivamente lo meriterebbe.


Non si trova più la bellezza delle piccole cose, sempre uguali, di tutti i giorni che ci ancorano alla vita e ci fanno sentire partecipi di un qualcosa di più grande e misterioso, che ci regalano il fascino della quotidianità.
Non felicità, ma rassegnazione. Tutto sembra fare meschinamente il possibile per sottrarci tempo da necessità inesistenti.
Oggi, solo rapporti minimi e indispensabili. Chiusi nella nostra solitudine cresciamo sentendoci sempre fuori posto e alla ricerca di un nuovo equilibrio.
Inoltre, i continui stimoli emotivi e cognitivi (che arrivano soprattutto dagli smartphone) tengono continuamente all’erta il nostro cervello.


Così, come sostiene Nicola Artico sul “Tirreno”,viviamo tra appunti e promemoria, per aiutare la mente a svolgere quelle che si chiamano “funzioni esecutive”, che regolano il rapporto cervello-mondo esterno.
Per gestire questo enorme lavoro la psiche automatizza i nostri copioni sociali, ma basta un piccolo imprevisto –un problema a lavoro, un incontro inaspettato, una telefonata inattesa- per mandare in crisi il sistema.
L’imprevisto di Ilaria Naldini, madre 38enne, è stato dover portare la figlia al nido. I giornali lo presentano come “La tragedia di Arezzo”, Freud lo avrebbe chiamato “atto mancato”, fatto sta che mercoledì 7 Giugno ha dimenticato la figlia di 16 mesi in macchina per più di 5 ore.

Sono troppe le richieste a cui la mente deve rispondere, troppo poche le risorse che percepisce di avere. Questo sbilanciamento, se prolungato nel tempo, può generare un fattore chiamato stress.
E lo stress può essere mortale.
La giostra impazzita esige le sue vittime.