• mercoledì , 17 ottobre 2018

Un paese muto

Libertà. E’ la parola che si impone come prima all’interno dell’emblematico trinomio francese, ed è ritenuta altrettanto importante da numerose altre nazioni, come si può evincere dai motti delle stesse (in Grecia Ελευθερία ή θάνατος, Libertà o Morte; in Germania Einigkeit und Recht und Freiheit, Unità, Giustizia e Libertà). Ma, come è normale che avvenga con le parole, il suo significato ha assunto diverse accezioni a seconda dei popoli che l’hanno pronunciata. E’ infatti molto particolare l’interpretazione che le ha dato l’Iran.

Il paese che grida “Indipendenza, libertà, repubblica islamica” ( استقلال، آزادى، جمهورى اسلامى, Esteqlāl, āzādī, jomhūrī-ye eslāmīl- ) non è di certo conosciuto come uno dei più pacifici o “permissivi”. Specialmente in questa epoca. Ma uno scandalo che da qualche anno coinvolge (e sconvolge) la comunità dei metallari di tutto il mondo, ha messo in risalto un aspetto della famosa rigidità mediorientale che non viene ancora considerato abbastanza.

Si tratta dello sfortunato caso di Nikan “Siyanor” Khosravi, 23 anni, e Arash “Chemical” Ilkhani, 21. Il duo si è dovuto confrontare con un potente regime teocratico che, fraintendendo i testi di alcune loro canzoni, lo ha accusato di blasfemia e velleità rivoltose. Arrivando (noi diremmo “addirittura”) a sentenziare per i due giovani artisti, la pena di morte. E anche se alla fine sono riusciti ad evitare tale destino, hanno dovuto pagare l’equivalente di circa 30.000 euro per poter tornare a vivere nella loro quotidiana “libertà”.

Come ha affermato la ricercatrice iraniana di Amnesty International Raha Bahreini: “In Iran il problema della censura nella musica supera quello dell’arte in Occidente. Qualsiasi canzone che non abbia ottenuto la licenza dalle autorità è ritenuta illegale. Tutto ciò include le cantanti soliste a cui, dalla fine della rivoluzione islamica, viene vietata la pubblicazione delle loro voci; gli artisti che si mostrano anche minimamente ostili di fronte alle leggi dettate dalle autorità, e anche chiunque osi trattare argomenti tabù o chi osi criticare temi socio-politici.”

A seguito della rivoluzione islamica gli artisti della Persia poterono illudersi di godere di un respiro (poco) più ampio. Infatti nel 1984, il Ministero della Cultura e della Guida Islamica stilò una serie rinnovata di divieti riguardanti principalmente la contenutistica delle produzioni cinematografiche, ma che non escludono anche gli altri ambiti dell’arte e delle forme d’espressione. Potrebbe sembrare però che siano ancora in vigore gli antichi  criteri di censura della prima metà del ‘900 viste le ragioni dei diversi casi di arresto o esecuzione.

Anche in Italia accadde un fenomeno simile nell’epoca del fascismo (1922-1943): infatti con il regime dittatoriale di Benito Mussolini si vide la chiusura di numerose redazioni di giornali per impedire che questi mettessero in cattiva luce le ideologie fasciste, facessero dubitare del duce o instillassero nel popolo un qualunque desiderio di cambiamento. I cittadini italiani vennero privati, non solo della libertà di stampa, ma anche della loro libertà di pensiero. E le loro serate di svago o i loro dialoghi privati, monitorati, registrati e potenzialmente usati contro di loro nel momento opportuno. Morirono in molti.

Allora vivere rispettando rigorosamente una serie di leggi che privava l’uomo della sua umanità, rendendolo una macchina da manovrare a proprio piacimento, non era visto come un reato grave quanto lo è realmente. Poiché nel resto del mondo non esistevano situazioni del tutto diverse da quella. Invece in Iran, oggi, una realtà di questo tipo suscita grande scalpore, viste le condizioni di vita della maggior parte degli uomini nel mondo. Nonostante le continue lotte però non si è ancora vista una svolta significante.

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