• domenica , 27 Settembre 2020

Thirteen reasons why

Dopo “Orange is the new black” e “Prison Break” Netflix ha sfornato l’ennesimo tormentone cinematografico che sembra ormai essere sulla bocca di tutti gli adolescenti. “Thirteen reasons why” è il nome dell’intrigante e profonda serie televisiva che oltre a garantire un piacevole intrattenimento scandito da continui colpi di scena, tratta le problematiche adolescenziali che stanno ineluttabilmente prendendo piede negli ultimi tempi. 

La serie racconta la storia di Clay Jensen un ragazzo che al ritorno dalla scuola trova sulla porta di casa una misteriosa scatola con su scritto il suo nome. In essa scopre delle cassette registrate da Hannah Baker, una compagna di classe per la quale aveva una cotta e che si è suicidata due settimane prima. Nelle registrazioni, Hannah spiega le tredici ragioni che l’hanno spinta a togliersi la vita.

Non è certo necessario un esperto di cinematografia per constatare che 13 non è una serie improntata puramente a finalità ludiche ma sotto il velo costituito da scene all’apparenza frivole si nasconde un profondo valore pedagogico. Cosa succede nella mente di una persona nel momento in cui decide di suicidarsi? La serie tenta di rispondere a questa domanda, mettendo in gioco vari elementi. Dapprima le ragioni che Hannah fornisce appaiono piuttosto effimere, soprattutto se relazionate all’estremo atto a cui queste hanno portato. Tuttavia cassetta dopo cassetta, imbattendosi talora in semplici “dispetti”, talora in ostinate perfidie o addirittura in veri e propri crimini, la giovane Backer sempre più appare come un fiume in piena pronto a straripare da un momento all’altro. Fatta la somma dei conti, l’estremo atto appare dunque giustificato, seppure vile.

Che cosa vuole trasmettere la serie?

Nell’ascoltare le cassette, coloro che sono stati additati da Hannah come cause della sua morte riconoscono la propria colpa e se ne pentono. Tuttavia ciò che colpisce maggiormente è che prima dell’ascolto non riuscivano a capire il motivo per il quale fossero finiti nelle registrazioni. Ritenevano di essere innocenti, Clay compreso. Ebbene, proprio dietro a questa sottigliezza si cela probabilmente il messaggio che l‘ideatore della serie Bryan Yorkey voleva trasmettere. L’intento é quello di promuovere una maggiore sensibilizzazione da parte dei giovani adolescenti nei confronti di coloro che, anche se come Hannah non lo danno a vedere, sono più fragili ed emotivi. Una semplice classifica delle ragazze migliori o peggiori della scala, un appuntamento con un ragazzo che ha preso una piega sbagliata provocano dei profondi solchi nel cuore di una giovane adolescente continuamente martoriata da episodi talvolta ancor più gravi. E sebbene i colpevoli si sentano inizialmente senza peccato, una volta visti gli accadimenti dalla prospettiva della suicida, capiscono il motivo per cui anche loro sono giustamente coinvolti.

Altri temi importanti trattati nella serie.

Come già detto “Thirteen reasons why” si presenta fin dai primi episodi come una serie didascalica. Oltre a quello del bullismo, tratta altri temi molto contemporanei, primo tra tutti la necessità di avere dei punti di rifermento sui quali poter contare nei momenti del bisogno. Si può infatti affermare che Hannah giunga veramente all’apice della disperazione quando, ai difficili rapporti con i genitori, si aggiunge un forte sentimento di solitudine determinato dalla quasi totale assenza di amicizie. Soltanto in corrispondenza dell’ultima cassetta l’aspirante suicida decide di cercare rifugio presso il cosiddetto “conselor” della scuola, una sorta di psicologo disponibile a tutti gli studenti. Il tentativo si rivela tuttavia fallimentare poiché questo fornisce alla giovane il futile consiglio di recarsi dalle autorità senza proferire nulla più. Anche l’ultima speranza si rivela vana e Hannah da tempo sola, muore come tale.

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