• mercoledì , 17 ottobre 2018

For the Many not the Few

di Dario Zamani

L’8 giugno si è scritta una fondamentale pagina della politica inglese. Theresa May è stata sconfitta. Certamente il suo partito ha ricevuto più voti e quindi continuerà ad essere lei al vertice del governo. Ma il primo ministro inglese aveva convocato le elezioni anticipate sicura di aumentare la sua presenza in parlamento di almeno un centinaio di seggi. I sondaggi la davano davanti ai Labour di almento 20 punti. In un mese di campagna elettorale tutte le speranze dei conservatori sono volate via.

La May ed il suo partito hanno commesso il grave errore di sottovalutare il vero nastro nascente della politica inglese: il quasi settantenne Jeremy Corbyn. Da tutti definito ineleggibile e troppo radicale. Il suo stesso partito per più di una volta ha votato per sfiduciarlo. Nonostante la congiura interna di alcuni suoi parlamentari (ancora molto attaccati al centrismo Blairiano) e ai continui attacchi della stampa britannica, Corbyn in una notte ha portato i Labour ad una  crescita di consensi tale che non si vedeva dal 1945.

La May è uscita con le ossa rotte a causa di una sua campagna elettorale basata fin troppo sulla sicurezza assoluta di una vittoria. Al contrario il manifesto di Corbyn mostrava tutta la rabbia e l’insoddisfazione dei lavoratori inglesi stanchi dei continui tagli alla sanità e all’educazione portati avanti dai conservatori negli ultimi 7 anni. Il segretario dei laburisti è riuscito a toccare con le sue parole i cuori degli elettori inglesi: sul suolo britannico si sono raggiuti livelli di disuguaglianza economica e sociale mai visti prima. La sua campagna intitolata “For the Many not the Few” ha offerto speranza e fiducia a tutti coloro che ormai da troppi anni non ne avevavo.

Ma forse l’azzardo più grande portato avanti da Corbyn è stato sulla questione terrorismo. L’elezione inglese è stata scossa da attentati e spargimenti di sangue per mano di estremisti islamici. E le risposte dei due candidati sono state ben diverse. Da un lato la May alzava il pugno assicurando che verranno prese posizioni molto più drastiche per fermare l’immigrazione di massa. Dall’altra, invece, Corbyn gridava a gran voce che la politica estera occidentale portata avanti da Americani ed Europei sia la causa del nascente terrorismo. Non a caso siamo stati noi a voler invadere l’Iraq nel 2003 per fermare Saddam e le sue armi di distruzione di massa, quando erano ben poche le prove a riguardo. Siamo stati ancora noi a voler fermare Gheddafi nel 2011 e a liberare la Libya. Siamo stati sempre noi a vendere le armi all’Arabia Saudita, lo stato musulmano più radicale. La ricetta allora è semplice: terminare una volta per tutte gli inutili interventi militari in zone politicamente instabili unicamente per trarne profitto economico. La guerra genera solo altra guerra.

Economicamente parlando la politica di Corbyn si basa su un socialismo del tipo scandinavo. Il 5% della popolazione che guadagna più di 80 mila sterline l’anno avrà un netto aumento delle tasse per permettere a tutti di godere di una migliore sanità ed educazione. Le sue proposte hanno trovato l’interesse dei giovani che hanno deciso di sostenerlo in grande numero. La scorsa settimana si è tenuto il festival di Glastonbury, una tra le manifestazioni musicali più importanti dell’anno. Ma il picco a livello di applausi e apprezzamenti è stato raggiunto da un toccante intervento di Corbyn. Per il leader laburista bisogna veramente creare ponti e non muri tra le culture e religioni: è troppo semplice ignorare ciò che è diverso o non capiamo. Ci sono persone nella nostra vita con cui possiamo andare d’accordo, e con altre meno, ma non dobbiamo mai dimenticare che possiamo sempre imparare qualcosa anche dalle persone che meno ci rispecchiano. La vera leadership è saper parlare tanto quanto saper ascoltare.

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