• mercoledì , 17 ottobre 2018

Paolo Borsellino e via d’Amelio: 25 anni di misteri e incongruenze

«Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l’auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto…».
Sono queste le parole con cui Antonino Vullo, unico sopravvissuto all’accaduto, racconta la Strage di via D’Amelio. Erano le 16.58 del 19 luglio 1992. Una Fiat 126 rubata, contenente circa 90 chilogrammi di esplosivo telecomandati a distanza, è esplosa sotto il palazzo dove viveva la madre di Paolo Borsellino, che quella domenica era andato a farle visita. Il giudice, nato a Palermo, stava diventando un personaggio “scomodo” per la malavita siciliana: insieme all’amico e collega Giovanni Falcone aveva portato avanti molte battaglie e istituito il primo maxiprocesso per crimini di mafia per poter liberare la sua Sicilia da quel flagello orribile.

Via D’Amelio dopo la strage del 19 luglio 1992

Sei morti – il magistrato e cinque agenti di scorta, i suoi “angeli custodi” – ancora senza un colpevole: al processo di revisione, nei giorni scorsi, la corte d’appello di Catania ha assolto tutti gli imputati. A 25 anni da questo terribile martirio, a seguito delle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, che ha riscritto tutta la fase esecutiva della strage sbugiardando il falso pentito Vincenzo Scarantino, l’Italia non è ancora riuscita a dare giustizia a un uomo che ha cambiato radicalmente l’idea di mafia e che ha dato una grande speranza di poterla finalmente combattere. Decisione, questa, che ha suscitato lo sgomento della figlia del magistrato, Fiammetta. In un’intervista al Corriere della Sera, esprime tutta la sua amarezza per come è stato trattato il caso di suo padre dalle autorità palermitane. “Dopo via D’Amelio”, dice, “riconsegnata dal questore La Barbera la borsa di mio padre pur senza l’agenda rossa, non hanno nemmeno disposto l’esame del Dna. Non furono adottate le più elementari procedure sulla scena del crimine. Il dovere di chi investigava era di non alterare i luoghi del delitto. Ma su via D’Amelio passò la mandria dei bufali”. E infine accusa di averli lasciati soli, così come avevano lasciato solo suo padre in vita.

Diverse sono state le iniziative per ricordare la strage: una commemorazione ufficiale alla presenza delle principali autorità locali, una fiaccolata giudata da Don Ciotti, una docu-fiction sulla Rai che ripercorre, anche attraverso filmati originali, interviste e testimonianze dirette, la vicenda umana e civile del giudice, i 57 giorni che separano la strage di Capaci da quella di Via d’Amelio.

 

Nonostante i recenti episodi di violenza ai danni delle statue alla memoria di Falcone, ad opera di ignoti, continua a rimanere viva l’ammirazione del popolo italiano nei confronti dei due magistrati per antonomasia.“Non bisogna farne degli eroi” dice Pietro Grasso in un’intervista a RaiNews24. “Io vedo il mio nipotino che guarda in televisione supereroi con superpoteri che distruggono, combattono. Se noi li vediamo così, allora sono qualcosa di irraggiungibile. Io penso che invece fossero certamente eccezionali, dei fuoriclasse nel loro genere. Ma erano persone normali e io li descrivo spesso con le loro caratteristiche più umane, più vicine alle persone perché noi abbiamo bisogno di esempi, abbiamo bisogno di capire che il loro spirito di servizio, il loro senso dello stato, il loro senso del dovere sono qualcosa che dobbiamo avere tutti. Quindi, guardando a loro, non li dobbiamo vedere con la retorica dell’eroe, ma con la retorica del cittadino modello che dobbiamo imitare”.

Erano dunque eroi del quotidiano, uomini appassionati che, pur essendo consapevoli del loro destino, non hanno avuto paura di lottare per ciò in cui credevano. E noi giovani dovremmo sicuramente trarre insegnamenti importanti dalle loro vicende. Dice ancora il presidente del Senato: “Falcone e Borsellino erano degli uomini che ci spingevano e ci devono ancora spingere ad abbandonare l’indifferenza e la rassegnazione che devono spingerci a non crearci alibi di non sapere, ma adesso sappiamo e ci dobbiamo tutti impegnare per un futuro migliore di un paese come il nostro che spesso è diviso e dilaniato, ma che merita speranza”.

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