• sabato , 18 novembre 2017

Globalizzazione prêt-à-porter

Nel 2017 ancora nessuna scoperta ha svelato le dinamiche più profonde dell’agire umano; cosa spinge l’uomo ad alzare muri e trincee per isolarsi e contemporaneamente a unire tutto il mondo.

In questi ultimi decenni, infatti, la globalizzazione ha influenzato profondamente tutti gli ambiti della vita umana contribuendo alla creazione di un’identità culturale condivisa da tutti gli abitanti del pianeta. Questo è evidente non solo nel campo della moda – forse il caso più ecclatante – ma anche, ad esempio, in quello della cucina: nelle grandi metropoli la tradizione ha lasciato spazio all’internazionalità, per cui è più difficile trovare un ristorante tipico del luogo piuttosto che un sushi o un ristorante con prodotti del proprio paese.

Tuttavia è palese che negli ultimi anni sia venuta sempre meno l’originalità dell’abbigliamento a favore dell’adeguarsi alla massa, soprattutto tra i giovani.

E’ bene notare però che da sempre la moda e l’abbigliamento sono stati l’espressione di un certo modo di vivere, di pensare e di essere.

Il mainstream dei ragazzi degli anni ’70 prevedeva pantaloni a zampa, le camicie di jeans e le ghirlande di fiori, e questo modo di vestire rappresentava la filosofia degli hippies. Nei ghetti americani degli anni ’90 le gang indossavano tutte con i jeans, gli stivaletti con le borchie e le camicie scozzesi, pronte a sfidarsi in qualsiasi momento. Per le strade degli anni 2000 sfilano invece giovani con gli skinny neri, le Stan Smith e il maglioncino con una citazione di una serie tv.

La differenza è che mentre prima erano stili circoscritti a determinati luoghi o a determinate filosofie di pensiero, oggi è esteso ai giovani di tutto il mondo, per cui un diciottenne di Lisbona ha lo stesso abbigliamento di un coetaneo americano.

La ragione più pratica e più pragmatica è la diversa modalità di fruizione dei capi di abbigliamento: se prima ogni luogo aveva i suoi negozi caratteristici, oggi la scena è dominata dalle maison più famose, che hanno negozi sparsi in tutto il globo in cui espongono le medesime collezioni.

Inoltre, oggi si preferisce acquistare online, dove l’offerta è uguale per tutti, e le persone si trovano inevitabilmente ad indossare gli stessi abiti.

Altra causa di questo gusto uniformato è la diversa modalità di pensiero della società odierna. In un mondo governato dal culto dell’apparire, quello che conta è sembrare abbastanza ricchi da potersi permettere certi abiti o certe borse e poter fare sfoggio delle firme più ambite, come Gucci, Chanel o Hermes.

L’importante è sembrare: conta avere le Yeezy, il famoso marchio di scarpe che arriva a costare nche 800€ al paio, non se sono vere, false o imitate. Ecco quindi che accanto alle tradizionali maision dell’haute couture, proliferano decine di marchi prêt-à-porter, che propongono abiti simili alle collezioni originali. Ma più economici.

Questa situazione è indice del fatto che le tradizioni di paese e la cultura nazionale sono oramai una lontana memoria degli anni passati, e un problema all’apparenza superficiale come quello della moda ha cause molto più profonde, radicate nella coscienza del singolo.

E’ inutile negare che tra i giovani d’oggi sia praticamente assente la coscienza di appartenere ad una determinata cultura: non si sentono parte di una singola città ma cittadini del mondo, anche grazie alla diffusione di Internet. Di conseguenza, se prima l’abbigliamento risplendeva dei “mores” di ciascuna città e ciascun regno, ora è nelle mani di fashion blogger come Chiara Ferragni e delle sfilate organizzate dai marchi più famosi.


E mentre qualche decennio fa ogni regione era caratterizzata da vestiti originali, unici e talvolta inquietanti – come quelli sardi, costituiti da costumi totalmente neri – oggi queste tradizioni sono scomparse; unica eco, i costumi carnevaleschi.

D’altra parte già nell’antica Grecia le tuniche dei magistrati erano diverse da quelle degli schiavi, e anche nelle cerchie aristocratiche di tutte le epoche c’è sempre stata la gara a chi avesse il vestito più costoso e appariscente, perché se è vero che “i modi definiscono l’uomo”, chi appartiene a qualsiasi élite vuole che si veda.

Il fatto che i giovani decidano di uniformarsi nella moda dimostra anche come nella società odierna manchino altri punti di riferimento che valorizzino la loro personalità e la loro originalità.

Non sentendosi più rappresentati né dal potere civile né da quello religioso – situazione drammatica ma purtroppo molto diffusa – si aggrappano ai testimonial della pubblicità, solitamente scelti tra gli individui di spicco del mondo dello spettacolo e dei social, e arrivano a idolatrarli e a imitare ogni loro azione.

Si fa di tutto per sentirsi parte di un tutto, per non essere esclusi, e così ci si consegna nelle mani dell’industria della moda, che si arricchisce sulle nostre insicurezze.

Il diverso fa paura, e quindi viene allontanato. Certo, è più facile uniformarsi alla massa ignorando la propria coscienza critica, ma talvolta sembra non esserci altra scelta.

Anche chi decide di andare controcorrente, non è mai una voce totalmente fuori dal coro; non appena un numero significativo di persone avranno scelto una strada differente, il mercato imporrà la moda dell'”essere alternativo”.

Il problema è dunque un’insicurezza di fondo. Finché non si vincerà la paura del diverso i giovani continueranno a vivere in una grigia massa indistinta; forse c’è chi vuole così, perché frutta denaro. E perché un popolo omologato e senza personalità è più facile da governare.