• venerdì , 15 dicembre 2017

Il Rock che comunica senza parole

Esistono momenti in cui c’è bisogno di sentire il consiglio dell’altro, di essere indirizzati verso la strada più giusta e altri in cui si trova indispensabile il silenzio, la riflessione e il tempo per dare una propria interpretazione al corso della vita. In un’epoca nella quale è difficile vivere esperienze del tutto autentiche e personali poiché ogni cosa viene dettata e condivisa da tutti, uno dei pochi rifugi rimasti per salvare l’incolumità dell’io e la trasparenza nell’espressione della propria essenza è una musica che non dice nulla. I componimenti strumentali stanno nuovamente riscontrando grande successo anche tra i nuovi protagonisti della scena musicale chitarristica.

Novembre è stato il mese in cui sono arrivati dall’altra parte dell’oceano per fare un tour Europeo alcuni esponenti di questa rinata corrente musicale: i Polyphia, Nick Johnston e gli Intervals. Lo scorso 19 novembre gli artisti si trovavano a Brescia per preparare la loro prima tappa nel Bel Paese. Durante le prove, muovendosi  all’interno del Circolo Colony, si respirava un clima di familiarità e amicizia. Trovata una stanza in cui non si sentisse eccessivamente ciò che suonavano gli altri ragazzi, è stato possibile discutere con Nick fino a quando le prove non sono toccate a lui.

Siccome le tue canzoni sono strumentali, le interpretazioni che ogni ascoltatore può dare sono molteplici. Solitamente invece a cosa pensi mentre componi la tua musica? 

“Quando scrivo, le cose su cui mi concentro di più sono la melodia principale e fare in modo che tra questa e l’accompagnamento regni l’armonia; degli accordi, del ritmo e del titolo me ne occupo successivamente. In più ci sono dinamiche che non possono neanche essere spiegate. Alcuni musicisti (forse io sono uno di questi o forse no) posseggono un’innata, naturale affinità per la melodia. A volte non è possibile definire il modo in cui mi sono inventato qualcosa o da dove questo provenga, è un suono che il mio orecchio voleva sentire.  Dopo un accordo qualsiasi, è facile che la successione che verrebbe in mente a me sia completamente diversa da quella che immagineresti tu. Che è una cosa meravigliosa ed è ciò che permette così tanta originalità nel mondo della musica.

Un esempio?

Even if it Takes a Lifetime” l’ho scritta quando avevo 25 anni, ora ne ho 30, ma mi ricordo bene che le prime tre note mi sono venute naturalmente, mentre tutto il resto ha preso vita ascoltando la progressione di accordi (di Re e poi di Sol) che stavo scrivendo come base. A sentire come suonavano devo essermi inconsciamente ricordato di qualcosa che avevo già sentito nel mio passato. Ma immagino che la risposta più breve alla tua domanda sia che ho passato talmente tanto tempo a suonare la chitarra che nuove idee germogliano costantemente in modo molto naturale. I titoli dipendono molto da ciò che trasporta il mio pensiero in quel momento e da ciò che sto vivendo. Quando stavo scrivendo i primi album, non sapevo chi fossi come artista e sperimentavo continuamente, per esempio “Ghost of the Robot Graveyard” è una canzone molto bizzarra, e tutti gli altri pezzi appartenevano a generi musicali diversi. In questo momento invece sono alla ricerca di un suono più serio, infatti quest’ultimo album è più malinconico e, passami il termine, emotivo.”

E’ sempre un processo così fluido o esistono casi in cui ti lasci guidare maggiormente dalla tua conoscenza teorica?

“E’ il caso di “Fear Had Him by the Throat“, qui  ho cercato di oltrepassare il mio solito limite. Infatti presenta aspetti più progressivi, come l’intro che è tutta in 7/4 (un–due–tre–quattro–cinque–sei–sette-un—due….) e nella quale l’arpeggio e il piano convergono con la strepitosa parte di batteria di Gavin Harrison, su cui io non ho avuto alcun potere, in un suono che creasse della tensione tangibile. Esplicitata anche dal titolo (lett. La paura lo stava soffocando) che ricorda quei momenti in cui si è talmente nervosi da non riuscire a pronunciare le parole che si vorrebbe, come si vorrebbe; come se fossero intrappolate nella gola. Con questo pezzo ho anche voluto provare a ricreare l’opposto di ciò che avviene solitamente in una canzone, dove il verso è più contenuto mentre nel momento in cui subentra il ritornello esplode il dinamismo dell’intera composizione. In questa quando arriva il ritornello rimangono solo la chitarra e il piano, senza il basso, senza la batteria. Ma questo è il lavoro che può avvenire solo una volta che si è trovata la melodia.”

Sei famoso per il tuo stile moderato ma ricco di intensità ed emozione, quali sono i pezzi in cui pensi di aver espresso bene questa tua caratteristica?

Poison Touch” l’ho scritta su pianoforte, quindi ero molto limitato dalla mia scarsa abilità nel suonarlo. Ed ecco il motivo per cui quella canzone è molto semplice. Ciò che la rende interessante però è la sezione dell’assolo, guidata da accordi carichi di tensione e in tonalità differenti. “Atomic Mind” può fornire un altro esempio di canzone in cui la melodia iniziale presa da sola potrebbe addirittura sembrare sciocca, ma grazie agli accordi su cui è suonata acquisisce un tono oscuro, quasi sexy. Per parlare velocemente di teoria, si può dire che gli accordi di Si e Si# sono difficili da far suonare bene l’uno vicino all’altro perché di due tonalità diverse, ma il Re, che costituisce la terza minore nel primo e nel secondo la terza maggiore, assottiglia la differenza e crea dinamicità, movimento. Ho cercato di applicare lo stesso principio (melodia semplice e intensa immersa in un contesto dinamico ed efficace) in tutto l’ultimo album “Remarkably Human”.

Come mai hai scelto di intraprendere una carriera solistica invece di unirti ad un gruppo, come la maggior parte dei giovani musicisti?

“Ci sono più motivi che hanno influenzato la mia scelta, ma il più importante è che cominciai a suonare la chitarra, quando avevo 14 anni, perché sentivo il mio nuovo vicino di casa farlo. Lui era più grande e quindi rappresentava un modello per me. Quando ho avuto il coraggio di chiedergli di mostrarmi come suonava, lì è nata la mia passione. La cosa curiosa è che mai avrei pensato di diventare un musicista professionista, tuttora non comprendo del tutto cosa voglia dire quel termine. Non ho mai preso una decisione del tutto cosciente, ho solo suonato veramente tanto, fino a quando mi sembrava controproducente non comporre nulla di mio. Non avendo amici che prendessero la musica seriamente come me, ho provato a trasformare la mia chitarra nella voce. Prendendo come esempi i miei chitarristi preferiti, a partire dagli anni ’60 fino al 2001, quando ho cominciato a suonare io, mi ero già fatto un’idea piuttosto chiara di cosa volevo creare. Quando ho reputato che fosse il momento di pubblicare il mio primo album, a 24 anni, avevo già composto un centinaio di canzoni.”

Perché  hai deciso di rendere la chitarra la voce per le tue canzoni?

“Tutto ha seguito un corso molto naturale e anche adesso dopo avere pubblicato diversi album strumentali quando mi viene chiesto di collaborare con un cantante, do sempre una risposta negativa. Non lo trovo necessario. Però dall’uscita dell’ultimo album, si sono aggiunti parecchi nuovi ascoltatori, è stato un passo decisivo per la mia carriera, e penso che a questo punto anche molti di loro si chiederanno che cosa ho in mente per le future produzioni. In più viaggiando così tanto, non sono stato a casa per due mesi di fila da un paio d’anni, sono curioso di vedere che effetto questo potrà avere sulla mia persona e di conseguenza sulla mia creatività. Introdurrò mai una voce nelle mie canzoni? Chissà…”

Come hai fatto ad entrare nell’ industria musicale e a conoscere quelle figure che ti hanno aiutato nella produzione e diffusione del lavoro?

“Quando sono uscite le mie prime opere ero convinto, con molta ignoranza, del fatto che il mondo di Internet e dei social media fosse completamente inutile. Perché arrivavo da quella generazione di artisti che si trovava a metà tra la classica pubblicazione materiale del CD, seguita da un tour, e tra la novità della pubblicazione online, la quale però mi dava l’impressione di essere troppo dozzinale. Allora trovai uno studio locale, assunsi il personale e feci uscire il mio primo album. Fu un fallimento totale: nessuno lo comprò né tanto meno ne parlò. Non ero conosciuto e non avevo compreso l’importanza dell’altra parte dell’industria, quella virtuale.

E poi?

L’anno successivo decisi di riprovarci, di investire molte più energie e soldi nella produzione. Dal Canada, andai in America per lavorare nello studio di un mio amico. Una volta concluso il lavoro, conobbi un membro dei Periphery che lo ascoltò e mi chiese di collaborare con il gruppo, nonostante le radicali differenze di genere (io blues con altre influenze, loro metal e progressive). Da lì arrivarono diverse collaborazioni e con queste anche novità e cambiamenti concernenti il mio modo di creare musica. In particolare, quando ho partecipato al singolo dei Polyphia “Champagne” comparendo anche nel video, mi si è aperto un mondo nuovo visto anche il successo quasi virale che ha ottenuto. Poco dopo ho anche scoperto che Aaron, degli Intervals, viveva a venti minuti da me quindi abbiamo creato insieme “Slight of Hand“, e ora stiamo girando l’Europa tutti insieme.”

“E’ sempre una questione di seguire un corso che poi diventa naturale. Prima è fondamentale mettersi in tale condizione, impegnare tutti sé stessi nelle proprie iniziative, cercare di superare i propri limiti; per il resto, basta giocare a dadi con il destino. Ormai non è difficile trovare ingegneri del suono, produttori o manager disposti ad aiutarti, perché basta cercarli su internet, quanto lo è trovare degli amici all’interno dell’industria su cui sai di poter contare. Ed oltre a ciò è anche importante crearsi la reputazione di una persona con cui lavorare è facile e piacevole.”