• venerdì , 19 gennaio 2018

Da Valsalice alle classifiche di Spotify

Francesco Maccarone, ex allievo di Valsalice, nonché ex redattore del Salice, ha pubblicato il suo primo disco da solista.

Come nasce la passione per la musica?

Quanto al primo approccio, ci si appassiona alla musica per la capacita’ della stessa di emozionare, attraverso il carattere che le e’ proprio in ogni momento storico, il bello. Se poi questo vale per l’arte in generale, la musica ha il grande pregio, per un ragazzo che le si avvicini, di richiedere il piu’ delle volte un lavoro di gruppo: sicuramente il divertimento con gli amici e’ stato un grosso incentivo allo studio della musica, che penso mi abbia in questo senso anche formato nei rapporti personali, spesso lasciati totalmente in secondo piano negli ambienti scolastici e accademici. Piu’ avanti si unisce anche la consapevolezza del potere politico e sociale del mezzo artistico, e la passione si trasforma in responsabilita’.

Hai mai fatto parte di un gruppo?

Certo! E’ stato anzi il gruppo a portarmi a suonare. In particolare, nonostante abbia potuto lavorare con diversi musicisti e amici, mi sono formato soprattutto con dei compagni di classe di Valsalice, in un gruppo che si chiamava Frame, con cui facevamo soprattutto cover di musica rock classico.
Abbiamo esordito proprio a Valsalice, ad Aspettando Natale, e abbiamo anche lavorato sul Salice, insieme ad Alberto Nencioni, gestendo per un certo periodo una rubrica musicale.

Meglio lavoro da solista o in gruppo?

Indubbiamente all’inizio il lavoro con amici favorisce l’avvicinamento a una disciplina che, per le difficoltà tecniche, teoriche e anche economiche, puo’ inizialmente sconfortare. Ancora, per quanto la spettacolarizzazione dell’artista contemporaneo in quanto individuo possa suggerire il contrario, il mondo industrializzato e globalizzato della musica richiede conoscenze e tempi tali da rendere impossibile la gestione di tutto ciò a cui si deve pensare in autonomia. D’altra parte, credo che, quantomeno in un primo momento, il lavoro da solista possa permettere una miglior coerenza e lucidita’ nella creazione dell’opera d’arte.

In questo momento io ho trovato una soluzione intermedia: per i brani lavoro inizialmente da solo, in modo da formare il concept, il testo e una prima idea musicale, e poi il mio collega Fabio Colmanet lavora alla definizione dell’aspetto armonico e all’arrangiamento , fino all’ultimazione del lavoro, che facciamo insieme. Solo successivamente si arriva in sala prova, per poi suonare con gli altri musicisti dal vivo.

Dopo il disco è cambiata la tua vita?

In parte sì, ma non certo come si potrebbe immaginare. Il lavoro del musicista di oggi, come dicevo, e’ immenso: deve essere primo manager di se stesso, proprio ufficio stampa, personale agenzia di booking, gestore social network, responsabile immagine, addetto alla tutela del diritto d’autore e solo infine, se avanza tempo, artista. Personalmente posso dire comunque di essere coadiuvato da alcune persone molto capaci, che mi aiutano nello sconfortante panorama contemporaneo.

Insomma, il successo al quale si pensa guardando un musicista affermato è (o dovrebbe essere, vedasi star a scadenza semestrale che escono da talent e altre rampe di lancio) solo l’ultima tappa di un cammino molto complesso, del quale raramente l’esterno all’ambiente ha contezza, fermo restando che, nella mia idea di arte, il successo dovrebbe essere solo mezzo, mai fine, della propria opera.

Come mai questo titolo?

Il nome del gruppo, Caulfield Bloom (siamo su facebook e tutti i canali di streaming musicale con lo stesso nome), ha un duplice significato: da una parte ha in inglese lo stesso suono di quello che in italiano sarebbe “fiorisci, freddo campo”, come invito alla responsabilizzazione sociale, al credere e farsi strumenti del cambiamento. Dall’altra è un riferimento ai protagonisti dell’Ulisse di Joyce e del Giovane Holden di Salinger, personaggi simbolo della mediocrità nella quale ci si ritrova spesso intrappolati, e della forza di superarla.

Red, il nome dell’album, è invece il tentativo di comunicare qualcosa che possa essere universale, fuori dalla tendenza di oggi del raccontare tutto ciò che è piccolo, personale, soggettivo, relativo, rifiutando qualsiasi pensiero forte. Così come provo a fare con le immagini nel testi e con la musica, il colore dovrebbe universalizzare il concetto che viene espresso nell’album, che difficilmente si potrebbe rendere in altro modo, e cioe’ il racconto della vita sentimentale. Sicuramente in ciò mi hanno molto ispirato alcuni modi di fare arte che riescono a unire soggettività e apertura comunicativa, come l’espressionismo astratto.

Da ex allievo e ex redattore cosa ti porti dietro della scuola?

Appena uscito, stoicamente ribelle, avrei risposto parlando di un “eredità” in negativo: ciò che non volevo essere, ciò che non volevo fare, ciò che non volevo diventare. Con il tempo, invece, provando quotidianamente la tragedia umana dell’esperienza universitaria e lavorativa e la grande indifferenza del mondo intorno, mi rendo conto di come Valsalice mi abbia lasciato, pur con diversi limiti, derivati comunque piu’ dal sistema in se’ che dalla scuola, una preparazione che con estrema difficolta’ trovo negli altri, la capacita’ di vivere criticamente e ricordi di rapporti umani sinceramente affettuosi. Del Salice serbo una felicissima memoria, come luogo in cui liberamente maturare: seguo ancora con piacere tutte le novita’ e gli articoli!

https://m.facebook.com/caulfieldbloom/

https://open.spotify.com/artist/1fK6NcAD6w2V2Ua6N3yD7r?si=8JxmYMFzSS2mLTsY11bOCg