• venerdì , 19 gennaio 2018

Donald e Kim, una vita alla Dorian Gray

Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli” diceva Oscar Wilde nel suo tenebroso “Ritratto di Dorian Gray”, affermazione presa un po’ troppo seriamente da due leader politici: Donald Trump e Kim Jong-un, personaggi di cui si parla tanto, più nel male che nel bene.

Ma chi sono in realtà il presidente degli Stati Uniti e il dittatore nordcoreano? Trump è il leader dei “forti, ma buoni” (la visione più o meno comune che negli anni l’occidente ha acquisito degli USA) e dunque ogni sua grossolana gaffe, da un commento inappropriato a una stretta di mano sbagliata, viene attribuita ad una sorta di inesperienza o, più precisamente inadeguatezza politica. Kim, d’altro canto, è il cattivo doc, il Saddam o il Bin Laden della circostanza, l’uomo che minaccia il mondo con le tesate nucleari.

C’è però una cosa che unisce davvero i due belligeranti virtuali, una cosa che hanno in comune oltre la capacità di far arrabbiare la gente ed un discutibile taglio di capelli: la presunzione di essere al di sopra di tutti, in special modo della comunità internazionale. Le sanzioni decise dalle Nazioni Unite nei confronti della Corea del Nord hanno ormai raggiunto l’inverosimile, ma nonostante le difficoltà economiche di un Paese che sarebbe già sprofondato da anni nella catastrofe senza il supporto cinese, Kim Jong-un, trovando milioni di sostenitori a Pyongyang e dintorni, tira dritto per la sua strada continuando la sua sfida nei confronti di Washington scandita da missili sempre più all’avanguardia che ormai da oltre un anno sfrecciano periodicamente sopra il Mare del Giappone. Lui è l’eroe di un popolo sempre più in difficoltà che però tiene duro, perché “dallo sviluppo delle armi atomiche dipende la sopravvivenza stessa del Paese”.

Quanto a Donald Trump, la sua incredibile mancanza di acume verso annose questioni internazionali come quelle di Iran e Palestina è assolutamente inaccettabile; al di là di un’evidente poco adeguatezza al ruolo che gli elettori gli hanno consegnato, ciò che colpisce è l’incredibile disprezzo per ciò che viene sancito e certificato dalla comunità internazionale: prima la scelta di uscire dagli accordi sul clima di Parigi, poi quella ugualmente unilaterale di non riconoscere più il trattato sul nucleare con l’Iran. L’ultima, clamorosa decisione è stata quella di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, largamente bocciata dalle Nazioni Unite. Nonostante gli Stati Uniti continuino a costituire la spina dorsale della comunità internazionale, i dodici mesi del 2017 ci hanno consegnano un’America molto più isolata rispetto a quella di Barack Obama che negli ultimi anni del suo secondo mandato si era prodigato per chiudere alcuni eterni conflitti (la visita a Cuba e l’accordo sul nucleare con l’Iran sono esempio palese di questa strategia). Con il suo confuso “America First”, Trump non solo ha riaperto le vecchie ferite che erano sul punto di chiudersi, ma ha inoltre creato attrito con gli storici partner europei. Quanto alla Corea del Nord, Obama l’aveva volontariamente ignorata senza dar luogo ad un muro contro muro che avrebbe rafforzato in qualche modo il prestigio di Kim Jong-un che nel giro di soli dodici mesi, invece, è passato dallo status di “pittoresco personaggio” a quello di pericolo mondiale.

Ci attende pertanto un 2018 piuttosto incerto: alcune annose controversie internazionali sono ben lontane dall’essere risolte e, augurandoci che continui la fase di stallo nella penisola coreana, i due galli proseguiranno ad azzuffarsi in un pollaio virtuale. La soluzione diplomatica è piuttosto difficile allo stato attuale, perché nessuno dei due monarchi è disposto a fare concessioni alla controparte. Alla fine Donald Trump e Kim Jong-un sono due facce della stessa medaglia.