• mercoledì , 18 luglio 2018

Amici per natura

“L’uomo è un animale sociale” affermava Aristotele. Il grande filosofo aveva già compreso che il legame, la relazione la ricerca dell’altro sono componenti fondamentali dell’essere umano. Come se fosse privo di qualcosa, egli è naturalmente portato a ricercare conforto, affetto e sicurezza al di fuori di sé. In quest’ottica il valore dell’amicizia è inestimabile.

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Quella vera si distingue immediatamente per la sua purezza; si staglia luminosa tra le conoscenze superficiali, talvolta confortanti ma che più spesso sono destinate a perdersi. L’amicizia vera non ha bisogno di tempo e di spazio: semplicemente è, ed è duratura. Essa supera ogni ostacolo, e anzi si rafforza proprio dove il percorso è più accidentato. Un amico è un riferimento, un punto fermo, una casa che ha la porta sempre aperta. Un amico è uno specchio: guardandolo ci vediamo riflessi ma sempre in una luce migliore. Un amico è un faro luminoso che porta le nostre emozioni ad un livello più elevato, come afferma Vittorio Sereni ne “Gli strumenti umani“: “Un grande amico che sorga alto su me e tutto porti nella sua luce, che largo rida ove io sorrida appena e forte ami ove io accenni ad invaghirmi…”

Questa grandiosità che l’amico dimostra con le parole e con i gesti è ciò che inconsciamente cerchiamo anche noi. Proprio qui scatta il meccanismo contrario: l’amico diventa esempio da seguire, e in noi cresce il desiderio di affermare ad ogni costo il legame, giungendo persino a voler dare la vita per l’altro. Un esempio eclatante in questo senso è il rapporto tra Achille e Patroclo, così profondo che la separazione e la perdita sono strazianti. Anche Virgilio, descrivendo l’amicizia tra Eurialo e Niso, coglie tutta la dolenza di una connessione che è così forte da affrontare il destino di una duplice morte.

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Talvolta l’amicizia nasce da un’esperienza comune, e in forza di questa cresce e matura; l’esperienza scolastica, ad esempio, porta allo stabilirsi d legami indissolubili (come affermava anche Quintiliano nell'”Institutio oratoria“), dovuti all’ingenuità e alla purezza della giovane età. Si giunge spesso ad una “devozione totale e disinteressata”, in una fase che “per la sua stessa intensità e unicità, costituisce una delle esperienze più preziose della vita”(Fred Uhlman, “L’amico ritrovato”). Persino Dante ha sperimentato la vivacità dell’amicizia giovanile all’interno delle Allegre Brigate: ecco dunque le tenzoni con Forese Donati, amico verso il quale il poeta proverà sempre un profondo affetto.

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L’amicizia però talvolta non necessita di parole. Essa non esiste solo tra uomo e uomo, ma anche tra uomo e animale. Quest’ultima, certamente inferiore dal punto di vista comunicativo, non lo è affatto in intensità. Di nuovo Omero ci offre un esempio di un affetto che nonostante gli anni resiste, tra Odisseo e il suo cane Argo; la lealtà e la fedeltà di quest’ultimo lo porta ad esalare il suo ultimo respiro soltanto dopo aver atteso per anni il ritorno del padrone.

Sull’amicizia molti hanno incentrato le loro opere letterarie sin dall’antichità; ne è un esempio il “Laelius de amicitia” di Cicerone, con cui l’illustre autore ha tentato di definire  parole il significato di questa connessione fondamentale. Resta tuttavia arduo evidenziarne e comprenderne tutte le delicate e nascoste sfaccettature.

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Ogni amicizia è unica e differente dalle altre, ma certamente è possibile individuare alcuni tratti comuni. Essa è sempre disinteressata, si fonda sul rispetto e sull’ammirazione, che sono la sua fonte e il suo nutrimento. Inoltre essa non nasce se non da una profonda conoscenza dell’altro. Questo implica la chiara visione dei difetti dell’altro, oltre che dei pregi. Il nostro lato più oscuro non può rimanere nascosto agli occhi dell’amico, ma si mostra senza paura, sapendo che egli non tradirà. “Non esiste doppio gioco” – come afferma Jöel Dicker ne “La verità, soltanto la verità, sull’amicizia”, Corriere della sera, “La Lettura”, 18 settembre 2016 – ma solo verità assoluta tra due amici.

E la consapevolezza dei mali dell’altro non porta affatto ad un allontanamento, ma anzi ad un rafforzamento maggiore del legame. In “Delitto e castigo”, romanzo in cui certamente l’amicizia non è tema centrale, si può tuttavia individuare nella figura di Razumichin quel “soldato disincantato” di Sereni: egli, pur riconoscendo l’oscurità in Raskol’nikov, fa di tutto per aiutarlo a combatterla, portando un barlume di speranza in un’atmosfera opprimente che pare senza uscita.