• giovedì , 21 giugno 2018

La strada verso Dio

Non è necessario rimanere in ambito religioso per parlare di Dio. Le prime credenze non si fondavano infatti su testi sacri ma su danze rituali e macabri sacrifici. Le conversioni più eclatanti non sono avvenute davanti a una scrivania, ma nel quotidiano.

E’ innegabile l’importanza dei testi di riferimento, tuttavia alcune opere d’arte sembrano risplendere della presenza di Dio in modo quasi analogo: non ci può essere indifferenza di fronte alla magnificenza della basilica di Santa Sofia a Istanbul o della Chiesa di San Pietro a Roma.

E’ palese dunque che l’arte rifletta in qualche modo il rapporto tra l’uomo e il divino; qualsiasi tipologia di “divino”, non per forza il Dio cristiano, ma anche, ad esempio, il dio-piacere (“edoné”), la dea-ricchezza e la dea-gloria.

Ogni epoca ha la sua weltanchauung e una determinata sensibilità religiosa, e l’arte ne riflette le peculiarità. Secondo Aristotele – al contrario di Platone – era in grado di provocare un effetto di katarsis, ovvero di purificazione, perché permettendo all’uomo di oggettivare un sentimento riusciva così ad “esorcizzarlo” e a imparare a conviverci. Forse spinti da ciò – da sempre impauriti di fronte alle domande esistenziali che ci attanagliano – cerchiamo rifugio nell’arte.

Nei tempi antichi si svolgevano sacrifici e riti per evitare o placare la collera degli dei, ostili verso l’uomo, piccolo e insignificante ai loro occhi, e invidiosi della sua felicità. Non era concepibile l’esistenza di un dio che amasse l’essere umano – eccezion fatta per gli amori carnali di Zeus verso fanciulle formali – e di una corporeità che non fosse una prigione (“soma sema”). Ciò non toglie che la religione greca sia una delle più mistiche e affascinanti di sempre, proprio come l’arte di questa civiltà.

Tuttavia, pur possedendo un’elaborata concezione del divino, i Greci non hanno mai accettato la possibilità di un rapporto personale tra uomo e dio, forse influenzati dalla considerazione di ogni uomo prima come cittadino, poi, forse, come individuo. Solo Sant’Agostino, lacerato dalla dicotomia tra la sua volontà e la volontà di Dio scopre la dimensione dell’io – del “singolo” per usare le parole di Kierkegaard – e del rapporto interpersonale con Dio. Ecco dunque che spostando la riflessione sull’individuo, si comprende che esso è la magna quaestio, non il cosmo che lo circonda.

Solo la religione cristiana introduce l’idea di un Dio che crea l’uomo amandolo, desiderandolo e perdonandolo con infinita misericordia.

Il cuore del Cristianesimo è rappresentato dai quattro Vangeli, libri sui generis, in quanto frutto della rivelazione divina, ma pur sempre libri, che nel medioevo divennero vere e proprie opere d’arte grazie al lavoro di abili miniaturisti. La Fede cristiana, tuttavia, sebbene abbia come fondamento la Fede in Gesù, è, come sostiene Bianchi: “Non identificabile con una bacchetta magica e totalmente estranea a una sicurezza che toglie il dubbio o esime dalla ricerca”. Sant’Agostino definisce infatti la Fede come un “cogitare cum assensione”, poiché sono fondamentali sia la Ratio che ci rende umani sia la Fides che implica una libera scelta, un atto morale.

Aristotele è certo dell’esistenza del Primum Movens, ma non ha Fede in lui, né ritiene che abbia creato con amore il mondo, è convinto invece che tutto tenda verso esso, semplicemente poiché attratto dal suo “luogo naturale”. Anche se tutti, persino gli atei, hanno l’idea di un “id quod maius cogitare nequit” l’uomo non riuscirà mai a circoscrivere Dio nei suoi concetti, per il semplice fatto che in quanto creatura è finita, mentre il creatore è infinito. Ed ecco dunque che si strugge e inizia a riflettere e può capitare che la Fede vacilli. Dio, tuttavia, non abbandona mai l’uomo. Anche davanti a Lucifero, Dante sa di non essere solo, anche nei gironi più infernali dove sembra regnare l’eterna dannazione, Lui c’è.

L’Inferno non è voluto da Satana, ma da Dio stesso. Spesso l’uomo, alla ricerca di risposte, si rifugia nell’arte, dove spera di trovare una storia analoga alla sua in cui rispecchiarsi – proprio come sosteneva Aristotele. Ecco dunque, ad esempio, la funzione salvifica e didascalica del viaggio dantesco attraverso i tre regni.

Oppure può tentare, sempre attraverso l’arte, un dialogo con Dio. Le Confessioni di Agostino, sono un continuo rivolgersi al Creatore lodandolo, interrogandolo, implorando perdono, e così facendo il vescovo di Ippona impara a conoscere il Creatore e anche a conoscere se stesso. E trascrivendo ciò aiuta anche gli altri.

“Sono molteplici le vie del Signore”, si legge nella Bibbia, e sta all’uomo scegliere, liberamente, di seguirle. Il peccato è allettante e appetibile, è difficile resistervi, tuttavia il Bene porta con sé la salvezza ed enormi soddisfazioni, per cui non si può fare a meno di ringraziare il Signore. Ed ecco dunque che l’arte ha un’ultima grande funzione nel rapporto tra uomo e Dio, ma forse la più importante: la celebrazione della sua magnificenza.

San Francesco d’Assisi, in punto di morte, distrutto dal dolore delle stimmate, compone il Cantico delle Creature per ringraziare e lodare il creato e le creature. Raffaello e Michelangelo – certo, su invito del Papa – utilizzano le loro doti, donate da Dio, per decorare le Stanze Vaticane e la Cappella Sistina.

L’uomo è un essere finito, che non può creare altro se non artefacta, mentre Dio è eterno creatore, che ha donato alla sua creatura prediletta un intero pianeta. Nella sua piccolezza, l’essere umano prova però a ricambiare l’amore ricevuto dal padre e a lodarlo il più possibile mettendo a frutto le doti che egli stesso gli ha dato, provando in questo modo a dirgli: “grazie”.