• lunedì , 12 novembre 2018

How I met your Canada

In un mondo sempre più veloce, sempre più frenetico, sempre più British e multitasking come il nostro, dominato per ragioni storiche che vanno addietro fino alla Seconda Guerra Mondiale dalle nazioni occidentali, in particolare dagli U.S.A., e unificato dalla lingua franca più comune, l’inglese, ormai il processo di unificazione culturale (aiutata dalla globalizzazione) ha già compiuto grandi passi. Da noi in Italia ormai l’Inglese è materia obbligatoria in tutte le scuole, per non parlare del fatto che sono anche nate scuole ad hoc sul modello inglese o americano (a dir la verità abbastanza evidentemente inferiore al nostro da un punto di vista prettamente scolastico e nozionistico) come l’IST o i Licei Internazionali, spesso della durata di quattro anni.

Tuttavia questo col tempo non è sembrato abbastanza: sempre più spesso diversi studenti, solitamente del quarto anno della scuola superiore, decidono di trascorrere un intero anno scolastico o solo la prima o seconda metà di questo in un paese estero, fondamentalmente di lingua anglosassone. Anche qui a Valsalice negli ultimi anni abbiamo avuto un buon numero di allievi che hanno scelto questo percorso durante il loro quarto anno, e orgogliosamente io posso essere annoverato tra questi. Le destinazioni più comuni sono gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia o la Nuova Zelanda. Paradossalmente quasi nessuno sceglie l’Inghilterra, forse perchè essendo troppo vicina non è abbastanza interessante o fonte di vanto.
Nella mia personale situazione ho scelto il Canada come destinazione, dove ho trascorso la seconda metà dell’anno, a dire al vero la scelta più atipica delle tre soprascritte disponibili, ma posso affermare di essere assolutamente soddisfatto col senno di poi di tale decisione.

L’esperienza mi ha colpito e segnato per svarianti motivi: quasi paradossalmente l’utilizzo della lingua inglese alla fine passa quasi in secondo piano. O meglio, si tratta pur sempre dello strumento comunicativo che devi utilizzare per tutto questo tempo e a poco a poco ottieni pronuncia, accento, automatismi, espressioni idiomatiche e pure un po’ di slang. Tuttavia ciò che poi resta è ben altro: quasi certamente si tratta del periodo più lungo lontano dalla famiglia, dalla casa e dall’Italia per tutti coloro che partecipano a questo programma, e già questo è un fattore pesante che incide. Per dirla in “volgare”, si impara ad arrangiarsi e ad essere autonomi. Poi c’è il fattore fondamentale di trascorrere un cosi lungo periodo di tempo in un paese straniero di cui si viene a poco a poco a conoscenza di usi, costumi, tradizioni, storia e aneddoti. Una nuova cultura, altri modi di vivere e di compiere gli stessi gesti quotidiani, diverse pietanze a tavola (in quest’ultimo caso il confronto con l’Italia risulta però impietoso) e in generale un diverso approccio alla vita dovuta a fattori storici, ambientali, economici e sociali.

La scuola in Canada viene vissuta in maniera molto diversa da quella in Italia: intanto è molto più votata agli aspetti prettamente materiali, ed infatti sono presenti corsi e classi che da noi sono considerati lavori o istituti tecnici. Giusto per fare un esempio è possibile frequentare la classe di cucina, falegnameria, teatro, informatica o pittura. Questo accade anche perchè l’età lavorativa corrisponde ai 16 anni, dunque tutti gli studenti che ho conosciuto da questa soglia di età in su lavoravano tutti, generalmente come camerieri, baristi, cassieri o addetti nei negozi o con piccoli lavori in fabbrica.

Le materie cosiddette tradizionali continuano ovviamente ad esistere, da matematica a biologia, passando per letteratura, chimica, economia e storia (o storia canadese, chiamata social studies). Tuttavia, dal momento che ciascuno studente può scegliere arbitrariamente quali materie o corsi frequentare, proprio come se fosse una Università, la forbice fra colore che intendono andare a lavorare subito dopo la scuola e quelli che invece intendono laurearsi si fa subito molto ampio, “gli studiosi” da una parte e gli “utilitaristi” dall’altra. In pratica il sistema funziona basandosi s

Il fatto è che ognuno fa quello che intende fare, mentre le nostre scuole superiori certamente si differenziano tra i vari licei ed istituti tecnici, ma continuano a mantenere uno stampo molto più generalista e piuttosto teoretico sulle materie.

Gli aspetti che fanno da contorno all’esperienza, ma che vanno in realtà considerati non solo parte integrante ma fondamentale sono poi tutte le novità che un paese estero porta con sè, dai negozi al modo di vestire (un altro campo in cui in realtà il confronto con l’Italia è abbastanza impietoso), dagli sport praticati e seguiti (nel caso del Canada soprattutto basket e hockey) alle bellezze naturali offerte dal territorio (quelle artistiche sono pressochè pari a zero, trattandosi di una nazione che in pratica non ha una storia o una identità nazionale vera e propria alle spalle).

E poi, ovviamente, l’aspetto più importante di tutti: le persone. Fare la conoscenza di centinaia di nuove persone è immediato, facile e divertente. I Canadesi sono famosi per tre qualità: mangiare un sacco di Donuts da Tim Hortons, un fast food di dolci esclusivamente canadese, avere paura del buio e, appunto, essere il popolo più polite sulla faccia della terra. Tutti sono gentili, disponibili ad aiutare qualsiasi cosa tu chieda, un po’ come in Giappone, e addirittura sui mezzi pubblici l’autista augura “Good morning” o “Good afternoon” ad ogni singolo passeggero che sale, mentre i passeggeri sono tenuti a dire “Thanks” ogni volta che salgono e scendono da un bus, uno Skytrain o un treno.

L’aspetto forse che infatti più mi è rimasto impresso è questo: il Canada è uno dei paesi con la superficie più ampia al mondo, eppure conta solo 35 milioni di abitanti, poco più di metà dell’Italia, che per territorio ne è invece un decimo. La sua storia è quella di un paese colonia per metà della Francia e per metà inglese fino alla Seconda Guerra Mondiale, dopo di una repubblica facente parte del Commonwealth ma totalmente risucchiata nell’orbita degli Stati Uniti da un punto di vista economico e culturale. Per queste e altre motivazioni, il Canada fondamentalmente non ha una vera identità nazionale: il Canadese tipico non esiste poichè tutti i suoi abitanti sono immigrati di altre parti del mondo.

Per questo motivo in questi sei mesi di esperienza credo di aver vissuto il più straordinario melting pot che vedrò mai nella mia vita: in particolare Vancouver, città della British Columbia affacciata sul Pacifico, la quantità di immigrati è incredibile. Oltre la metà della popolazione è di origine asiatica, proveniente da Cina, Filippine, Korea, Vietnam e Thailandia. In certi momenti, camminando per strada, avevo il presentimento non di essere in Nord America, ma in Cina. C’è poi un altissimo numero di Indiani, Colombiani, numerosi provenienti dai vari paesi della ex-Iugoslavia, e pure dalla Grecia.

Per questo anche solo nelle classi di scuola ho potuto assistere a scene davvero impensabili in Italia o in qualsiasi altro paese europeo, dalla Francia all’Inghilterra alla Germania: un greco andare in giro con un serbo, un russo, due filippini, un canadese e un albanese. Compagnie di ragazze tedesche, cinesi, coreane e brasiliane andarsene in giro. Tutti quanti utilizzando l’inglese perfettamente come lingua franca ma conoscendo le loro lingue patrie e usandole talvolta: per fare un esempio due filippini a cui ero molto legato parlavano sempre in inglese, ma quando litigavano fra loro si parlavano in filippino.

Tutto ciò porta dunque ad un incredibile mix di lingue, culture, tradizioni, religioni, etnie e pensieri nello spazio di una scuola, figuriamoci di una intera nazione. Per dirne una, un mio caro amico era un iracheno cattolico che sapeva parlare aramaico, oppure un filippino dal doppio nome autoctono e inglese. Tutto ciò accade perchè appunto al Canada manca una unità nazionale culturale dovuta alla mancanza di un nucleo storico di popolazione che si riconosce autoctona al 100%, come accade da noi in Europa, e dunque questa miscela di nazionalità si rende unico e davvero estraniante in un primo momento. Questo però non vuol dire che poi tutti essi, pur provenendo dalle più lontane e svariate parti del mondo, non si sentano veri Canadesi, non abbiano la cittadinanza o non siano nazionalisti, tutt’altro: l’essere canadesi viene proprio visto come il fulcro dell’unione di tutte queste varie tradizioni, e le bandiere si sprecano ovunque, su ogni casa, muro, terrazzo o palo.

In conclusione sono assolutamente soddisfatto e felice di aver compiuto questa scelta, così come ora sono anche contento di essere tornato nel caro vecchio Bel Paese: porterò questa esperienza nel cuore con una consapevolezza nuova, perchè mentalmente sento di essere cambiato molto, si spera verso una maggior maturità, grazie a questo viaggio. Ora invece, però, mi tocca mettermi sotto per un’altra maturità, quella scolastica.

Fosse facile come la mia classe canadese di cucina…

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