• giovedì , 20 settembre 2018

La tragica fine di XXXTentacion

 

“And I’m always where the sun don’t shine, the tears don’t show 

won’t hurt me now ‘cause heart’s been broken” 

Così cantava il rapper XXXTentacion (all’anagrafe Jahseh Dwayne Ricardo Onfroy), che lo scorso 18 giugno ha perso la vita in una sparatoria a Miami.

La ricetta del successo di questo personaggio era semplice ma esplosiva: prendete un ragazzino classe ’98, 1.68 di pura cattiveria, dal passato tormentato, con uno stile che spazia dall’hip-hop all’heavy metal al punk rock, aggiungeteci i continui problemi con la legge e otterrete così uno degli artisti più promettenti della nuova scena americana.

Una musica disordinata e impulsiva, emotiva e audace, cazzuta e cazzona; nei testi di XXXTentacion emerge una forte componente biografica e personale, una mente tormentata che non riesce ad avere pace e che cerca quindi conforto nella scrittura: paura, ansia, follia, lacrime si mischiano alla grande rabbia che prova, rabbia che, come la maggior parte dei ragazzi della sua età, lo fa sentire superiore agli altri, un Dio tra gli uomini.

Il sociologo Bauman definì la società contemporanea come “liquida“, volendo definire un contesto sociale privo di solidità, di punti fermi, di una morale condivisa; una prospettiva che, contemporaneamente, eccita e spaventa, dove l’individuo è tanto libero quanto solo, perso in una molteplicità spaesante.

Il rapper (che ha intitolato il suo ultimo album con un punto di domanda) è espressione di una generazione nata nella confusione del Terzo Millennio, che non aderisce ai valori del passato e che cerca faticosamente di crearsene di nuovi; una generazione etichettata come vuota, spensierata, puramente estetica e poco profonda ma che necessiterebbe di una psicoanalisi sociale approfondita. XXX è la voce del mostro che riaffiora, dell’inconscio che chiede il conto all’apparenza e alla finzione della coscienza, il paziente che faticosamente ammette di esser malato.

Anche se cerchiamo di tenerla il più lontano possibile la morte c’è. Ci fa scattare nel buio della notte mentre aspettiamo il sonno, oppure durante una turbolenza su un aereo: un momento una persona, semplicemente, cessa di esistere. E non è qualcosa di cui scrivere, non è qualcosa di cui cantare, perché quando la morte arriva, qualsiasi modalità espressiva si rivela idiota e incapace.

La morte è arrivata addosso a XXXTentacion in un pomeriggio di giugno: stava uscendo da una concessionaria di motociclette quando due persone gli si sono avvicinate e gli hanno sparato. La sua vita, interrotta a vent’anni, è stata tanto breve quanto controversa.

Ascoltare la sua musica era soffrire. Magari assieme a lui, che aveva scelto di mettere nelle sue canzoni parole fragili con cui provava a spiegare che cosa gli passava dentro, o magari per lui, chiedendosi come faceva una persona così violenta e instabile a produrre arte tanto toccante quanto rivoluzionaria.

Ma X era anche, fino a una prova contraria che ora non avremo mai, una persona orribile: la sua ex ragazza lo aveva accusato di violenza domestica e aveva rilasciato una serie di testimonianze in cui dettagliava una serie di abusi stomachevoli.

Non sapremo mai qual era il vero XXXTentacion, se ce n’era uno. L’unica certezza che abbiamo è che la morte è arrivata anche per lui. Forse ci giocava, quando la definiva la sua compagna, forse esagerava consciamente, quando diceva di essersi arreso all’odio e al dolore. Forse scherzava, quando diceva di volere andarsene di notte. O forse no.

Ecco SAD!, il video postumo e profetico dove il rapper ucciso guarda sé stesso nella bara.

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