• mercoledì , 18 luglio 2018

Quando il respiro si fa aria, la testimonianza di Paul Kalanithi

di Luisa Gargano

“Feci scorrere le immagini della Tac, la diagnosi era chiara. Negli ultimi sei anni avevo esaminato decine di scansioni analoghe. Ma quella era diversa: era la mia”. Inizia così “Quando il respiro si fa aria”, scritto da Paul Kalanithi e pubblicato nel 2016. La biografia di un medico che, colpito a trentasei anni da un cancro ai polmoni, diventa all’improvviso un paziente lui stesso.

Paul Kalanithi, americano di origini indiane, a dieci anni si trasferisce da New York al deserto dell’Arizona. Nella sua famiglia in molti hanno fatto carriera in vari campi della medicina, compreso suo padre. Lui invece si appassiona alla letteratura, sicuro che sia la strada migliore per trovare risposte alla sua più grande domanda, che lo accompagnerà fino all’ultimo respiro: cosa rende una vita degna di essere vissuta?

Tuttavia gli studi intrapresi in Letteratura Inglese a Stanford non gli bastano: scopre che molti aspetti della vita, spesso i più duri come il dolore e la morte, ma anche grandi momenti di gioia, gli sono più comprensibili quando incontrati in carne ed ossa. Così lascia gli studi letterari per entrare a Medicina, e in particolare si specializza in neurochirurgia. La vita in corsia e in sala operatoria, le conversazioni con i pazienti e i loro familiari, i turni estenuanti sono difficili, eppure lui non perde il suo entusiasmo (“La gente spesso mi chiede se [il mio lavoro] sia una vocazione, e io rispondo sempre di sì. Non puoi vederlo come un lavoro perché, se è un lavoro, è uno dei peggiori che ci siano“, dice Kalanithi). Ogni dialogo, ogni operazione lo porta più vicino all’umano, e a comprendere un aspetto diverso della risposta alla sua grande domanda iniziale. Quasi riprendendo la filosofia terenziana dell’“homo sum: humani nihil a me alienum puto”, Kalanithi ci dice che la verità dell’uomo non si trova solo nella letteratura, come non si trova solo nella scienza. Si trova solo nell’uomo stesso, e ognuno può ricercarla sotto l’aspetto che gli è più congeniale.

Con semplicità e ironia, e lasciando trapelare tutta la sua passione per la vita e per il suo lavoro, tra un aneddoto e l’altro, Kalanithi racconta i successi e i fallimenti della sua carriera, il suo matrimonio felice (anche se a volte complicato), il suo rapporto con i colleghi e i pazienti. Le sue parole sono forti, schiette. Sono le parole di un uomo che ha visto scene tremende, nel bene e nel male. Danno voce a sentimenti e dubbi che assalgono tutti prima o poi. Finché non danno voce anche alla malattia.

Negli ultimi due anni della sua vita, Paul si trova a dover sperimentare sulla sua pelle uno di quei tumori che ha sempre curato negli altri. Questa volta però non può aiutarsi, e mentre il rapporto con la moglie nel dolore si rafforza, altri aspetti della sua vita gli crollano intorno e il futuro che aveva sognato diventa irrealizzabile. Lui stesso cambia, si perde d’animo, si riprende: in balia della malattia, quando sta per lasciarsi andare e capisce di non avere un futuro sufficientemente lungo per una carriera in neurochirurgia, si riscopre scrittore. Lascia un testamento alla figlia, mentre guarda agli anni passati. Pubblicato postumo dalla moglie, questo libro è una chiamata, un invito a tirarsi su, svegliarsi, capire noi stessi e il nostro perché. La commovente, piena e profonda esperienza di vita di Paul Kalanithi è una testimonianza della potenza e della fragilità della vita, e delle meraviglie che può compiere se spesa bene.