• venerdì , 19 ottobre 2018

Un’empatia artificiale

di Ilaria Carrega

Nell’era della tecnologia, popolata in ogni campo da nuove invenzioni avanguardistiche, sembrava resistere ancora come unico superstite il mondo del πάθος. Un angulus di quiete dominato dall’irrazionalità umana che fruisce dell’arte, della musica e della letteratura come suoi unici canali di sfogo.

Già a partire dalla seconda metà del ‘900 tuttavia l’affascinante mondo della robotica ha dato inizio ad un lento e graduale processo di insinuazione in questa roccaforte dell’animo umano: l’arte. Il primo progetto di questo genere fu proposto da Harold Cohen a partire dagli anni 70 del ‘900, il quale si dedicò alla progettazione di tale macchina per circa due anni nel laboratorio di Intelligenza artificiale della Stanford University. Il progetto “Aaron” prevedeva l’ideazione di un programma informatico rivolto alla pittura sfruttando l’idea dell’apprendimento automatico (machine learning) ovvero fornire ai computer l’abilità di apprendere senza essere stati esplicitamente programmati. Il fine ultimo cui si tendeva era l’intuizione da parte del robot del nostro senso del bello sia nella musica sia nell’arte. Quest’ultima infatti intrattiene un rapporto di profonda e reciproca influenza con la tecnologia: basti pensare agli artisti e all’evoluzione delle loro tecniche nel corso della storia; l’arte nasce dalla tecnologia e si presenta come una forza ad essa opposta ma equilibratrice, per cui senza tecnologia non ci sarebbe arte.

Proprio a sostenere questa brillante intuizione nel 2017 è stata indetta dal pioniere dell’e-commerce Andrew Conru la Competizione Internazionale RobotArt. Ad essa hanno aderito ben 38 squadre provenienti da 10 Paesi per un totale di 200 quadri, per i migliori dei quali era prevista l’esposizione alla mostra di Seattle nel 2018. Grazie al voto del pubblico di Facebook e alla collaborazione di critici ed esperti di tecnologia sono stati decretati vincitori del concorso gli inventori di Pix 18 & Creative Machines Lab della Columbia University i quali hanno ottenuto un premio in denaro di 40 000$. Pix 18 è un robot in grado di dipingere autonomamente grazie ai comandi impartitigli da un software e di scegliere colori e pennelli appropriati per ricreare effetti diversi.

Il secondo classificato (CMIT ReART, della Thailandia) sfrutta invece una tecnologia differente che prevede il coinvolgimento diretto di un essere umano in quanto la macchina si limita ad imitare i movimenti compiuti dall’oggetto impugnato dall’artista. Notevole è stato anche il risultato ottenuto dal sesto classificato (HEARTalion della Svezia), in grado di esprimere diversi stati d’animo con poche pennellate di colore a partire dalle onde cerebrali di una persona umana.

Come dimostra uno studio della College University di Londra vi è infatti una relazione fra il modo in cui il cervello umano pensa e il  “machine learning”. In particolare per quanto riguarda l’analisi del processo di formazione dei giudizi si evince da tali studi che la mente umana segue le stesse leggi dell’intelligenza artificiale nella valutazione delle cose buone e di quelle cattive (nonché potenzialmente dannose). Tale scoperta si rivela di importanza fondamentale per svariati campi scientifici: a partire dalle neuroscienze e dell’ingegneria per finire con la psicologia e l’economia.

L’idea che i robot possano “pensare” come l’uomo è stata sfruttata anche da un italiano di spicco, Paolo Gallina, professore di meccanica applicata e robotica all’Università di Trieste, il quale a partire dal 2015 ha sviluppato un progetto noto come “Busker” cui ha preso parte anche il suo allievo Lorenzo Scalera. L’intento era quello di ottenere un robot in grado di dipingere grazie ad una serie di algoritmi che traducessero il tipo di superficie e di colore volute dall’artista, il tutto mediante l’innovativo utilizzo di acquerelli a gouache.

Si capisce dunque quanto dipingere sia un processo piuttosto complesso per un robot sia sul piano creativo sia a livello tecnico, in quanto non sempre vengono seguiti schemi logici prevedibili e matematici. Tuttavia dalle stesse macchine sono state prodotte quadri di vario genere: ritratti in bianco e nero, paesaggi sfumati, figure astratte e geometriche che hanno sfoggiato alla Competizione Internazionale RobotArt e non solo. Tutte queste opere portano per tanto a riflettere e ad interrogarsi su quale sia la differenza sostanziale, il quid che separa indiscutibilmente l’uomo dalla macchina e l’ arte dalla tecnologia. Quest’ultima altro non è che un discorso (λόγος) sul saper fare (τεχνή), una sorta di ragionamento sull’arte stessa che di certo non porta ad una chiara risposta ma ad altre mille profonde  domande sull’intenso rapporto che lega la tecnica all’arte.

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