• mercoledì , 21 novembre 2018

La più umana delle tragedie

di Luisa Gargano

Il Re Lear diretto da Jonathan Munby, in scena al Duke of York’s Theatre di Londra fino al 3 novembre, potrebbe essere l’ultima grande produzione shakesperiana per Sir Ian Mckellen, stella del teatro e del cinema britannico. La sua variegata carriera l’ha reso noto in tutto il mondo: dal ruolo di Gandalf ne “Il Signore degli Anelli” (che gli è valso una nomination agli Oscar nel 2002), a James Whale in “Demoni e Dei” (altra nomination agli Oscar del 1999), passando da film come “X-men”, “L’uomo Ombra”, “Lo straniero che venne dal mare” e molti altri.

Nella sua carriera cinematografica spiccano anche film tratti da tragedie shakespeariane, recitate da Mckellen più volte a teatro: un incredibile e potentissimo Riccardo III ambientato nel periodo nazista, un Macbeth accanto alla maestosa Judi Dench e un Re Lear del 2008 per la regia di Trevor Nunn. Nel 2015 interpreta anche il protagonista de “Il servo di scena”, adattato dalla commovente opera teatrale di Ronald Harwood.

Il Re Lear in scena al Duke of York’s (dove nel 1964 Ian fece il suo debutto sulle scene di Londra) quest’estate è una produzione decisamente straordinaria.

Al centro della platea una passerella per portare gli attori in mezzo al pubblico, e creare allo stesso tempo un numero ridotto di poco più di 500 posti, per creare l’atmosfera intima e di grande naturalismo che il regista Jonathan Munby cercava.

Mckellen mette in scena i segni della pazzia di Lear e riesce a farci provare compassione fin dall’inizio per la sua figura di vecchio padre solo. Le sue battute sono recitate dolcemente, urlate, interrotte dalle lacrime: un uomo alla fine della sua vita che capisce di aver sbagliato tutto non sapendo riconoscere il sincero della sua figlia più piccola, che scaccia irato dal regno all’inizio della tragedia.

Il cast inoltre lavora perfettamente come ensemble, e soprattutto Gloucester, personaggio “parallelo” a Lear in quanto anche lui padre incapace di capire le vere nature dei suoi figli (interpretati con grande forza dai giovani James Corrigan e Luke Thompson) e di conseguenza lasciato a vagare nella tempesta solo, vecchio e accecato (fisicamente e metaforicamente).

L’ambientazione indeterminata ma contemporanea calza a pennello il tema del nichilismo presente nell’opera, qui molto evidenziato sottolineando l’ossessione di Lear con l’essere e il nulla e la sottile e quasi eretica sfida di Shakespeare al concetto biblico di anima: cosa rimane a un uomo una volta che è privato dei suoi privilegi mondani?

Mckellen ammette che aver quasi raggiunto gli ottant’anni l’ha aiutato, in questa sua terza interpretazione del vecchio re, a “non recitare Lear, ma essere Lear”, rappresentando con immenso realismo la fragilità e la vulnerabilità della vecchiaia – che comunque non gli impedisce di essere in sorprendente forma fisica: recita per un’ora e mezza sotto un’autentica pioggia scrosciante. Ha cancellato solo uno spettacolo, a giugno, per uno strappo a un muscolo della gamba preso rincorrendo il treno: perso lo spettacolo del pomeriggio, alla sera, mentre gli spettatori aspettavano il rimborso, li ha intrattenuti rispondendo alle loro domande e recitando pezzi da Shakespeare e dal Signore degli Anelli. Ha chiesto scusa a tutto il pubblico che “era venuto per vedere Lear, e invece ha avuto solo me”.

Questa, ha ammesso, potrebbe essere la sua ultima grande produzione teatrale di un’opera di Shakespeare, ed è perfetta: nella scena finale, Lear esala il suo ultimo respiro e, da attore straordinario qual è (all’altezza di grandi come quegli Olivier e Gielgud che ammirava da piccolo), Mckellen cattura la durata di una lunga vita nella sua espressione sgualcita. E’ un bambino, un re autorevole e un vecchio uomo conscio del suo dramma. Una fine commovente, per la più umana delle tragedie.

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