• giovedì , 20 settembre 2018

La Dark Polo Gang spiegata

Il problema della Dark Polo Gang è che va capito. Non come una formula di fisica o una terzina di Dante dal significato particolarmente oscuro: lì se ne può essere certi, un senso lo si troverà di sicuro. Altrettanto non si può dire certamente dire di Tony Effe, Pyrex e Wayne, e dei loro vari Caramelle, British o Sportswear. Perché, per quante stories sui profili Instagram dei membri del collettivo si possano guardare o quanti pezzi si possano ascoltare, un significato non sembra esserci. Primo, perché siamo ben lontani dai tempi della old school italiana, quindi chi cerca un rap capace di trattare tematiche sociali anche piuttosto forti dovrà rivolgersi altrove. Secondo, perché anche i concetti esaltati dalla Dark attraverso i loro versi ed il loro stile di vita, i soldi, gli abiti firmati, la droga, con il tempo ed attraverso gli ascolti, finiscono per essere un semplice gioco, uno scherzo, tanto che con la Dark Polo Gang è difficile, o impossibile, dire dove fino a che punto ci credano veramente e dove inizi invece una sorta di ben celata parodia dei loro stessi personaggi e della scena trap in generale.

“Ma sono seri?”, questa è la domanda tipica di un profano che si avvicina alla Dark per la prima volta. La risposta, tuttavia, non è così scontata. Partito come un progetto del tutto indipendente, nel 2014, la Dark Polo Gang è nata come un gruppo trap nel senso più puro del termine, ispirato direttamente aI suoni cupi e ruvidi tipici dei rapper di Atlanta, dove il genere è nato. Sono le sonorità di album come Full Metal Dark, Crack Musica e The Dark Album. E tuttavia limitante ridurre la DPG al solo ambito musicale, che è a tutti gli effetti una sola sfaccettatura di un fenomeno ben più complesso. Seguendo i membri della Dark sui social infatti ci si accorge presto che puntano ad essere un fenomeno di intrattenimento a trecentosessanta gradi, una sorta di serie TV fatta di brani musicali, tormentoni e abiti firmati,  di cui gli album scandiscono quasi le stagioni, ognuna caratterizzata da tormentoni, estetiche e sonorità diverse .

Riconoscendo questo, si capisce come la risposta alla domanda posta in precedenza sia assai ambigua: sì e no. Sì, perché la Dark Polo Gang è un prodotto di business curato in ogni particolare, un meccanismo oliato alla perfezione, capace di attirare su di sé anche l’attenzione delle major del settore, ma anche no, perchè non esiste nessun intento artistico, nessuna verità, le persone diventano personaggi, i caratteri caricature, è l’unica, ma più importante sincerità, deriva dal fatto che tutto ció accade alla luce del sole, è un processo del quale i fan sono resi partecipi, spettatori consapevoli di un continuo Carnevale. “Il rap per noi è solo un gioco” diceva Side in un’intervista di qualche tempo fa. Dopo qualche anno, forse il gioco, quando la musica è diventato un lavoro, si è fatto ben più serio, tuttavia lo spirito è rimasto lo stesso, anzi, si è accentuato. Nessun intento, dunque, se non quello di intrattenere.

Questo è diventato evidente soprattutto nell’ultimo anno, ad eccezione della parentesi rappresentata dall’album SickSide, più cupo ed introspettivo, a partire dall’uscita di Twins la Dark Polo ha abbandonato la vecchia estetica gangsta in favore di atmosfere più giocose e rilassate, bambinesche e colorate, in cui possono convivere tranquillamente riferimenti alla malavita e ai classici Disney, tutto concorre al puro divertimento, e nessuna contraddizione è percepita dal momento in cui ogni elemento viene decontestualizzato dal proprio ambiente di appartenenza e dunque svuotato di senso. Nel videoclip del singolo Caramelle i soldi sono soltanto foglietti colorati che svolazzano nell’aria. “Ma siete seri?”, se lo si chiedesse ai membri della Dark, probabilmente risponderebbero che non è neanche così importante.

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