• venerdì , 19 ottobre 2018

Il labirinto della mente umana

L’uomo è per natura insoddisfatto: la sua insaziabilità può riguardare gli oggetti, il denaro, il piacere (e allora ricade come sempre nel peccato di “incontanenza“, la cupidigia, la lupa dantesca del primo canto dell’Inferno,) oppure la voglia di nuovi stimoli: “tu chiamale, se vuoi, emozioni” insomma.
L’idea di labirinto nasce proprio dal desiderio umano di avventura e la sua eziologia, come sempre, affonda in nel mito greco. Il massimo exemplum di labirinto nella storia infatti è quello costruito da Dedalo, il geniale architetto di Minosse, re di Creta, come prigione del Minotauro, il mostro simbolo della sottomissione di Atene alla civiltà minoica in quanto questo essere metà uomo e metà toro, secondo la leggenda, divorava annualmente sette fanciulli e sette fanciulle proveniente appunto dalla città dell’Attica. Il mito coniuga sempre realtà e fantasia, e i resti archeologici del palazzo di Cnosso a pianta irregolare, ramificata e piena di corridoi fornisce il supporto storico e architettonico ad un mito divenuto poi senza età.

Tuttavia nella realtà l’uomo non ha mai sprecato energie per costruire dei labirinti in quanto privi di effettiva utilità, ad eccezione dei labirinti di siepi e giardini dei cortili aristocratici dal XVII al XIX secolo, ma il loro intento è puramente estetico e ludico. Un labirinto vero, in cui ci si ritrova, una selva oscura magari, non sarebbe affatto divertente: eppure l’uomo è attirato dall’idea del labirinto perché essa stuzzica in primis il suo spirito di avventura, la voglia di sfida contro la natura, il gusto del rischio. E poi l’infinita curiosità umana, il senso del mistero, che in ultima analisi dimostra come il labirinto in sé è più un concetto interno alla mente umana che un vero luogo dotato di fisicità.

Il labirinto è una proiezione dell’angoscia provocata dalla solitudine, dalla fatica, dalla disperazione: la letteratura è piena di labirinti senza mura, dove i limiti sono intellegibili, causati da fattori puramente mentali maturati con l’esperienza. Il senso di soffocamento in un determinato contesto sociale, l’incapacità di relazionarsi con le persone, l’impossibilità da parte della nostra mente di concepire un luogo infinito dal quale allo stesso tempo è impossibile uscire, questi sono tutti esempi di labirinti quotidiani del nostro pensiero. Tutti temi, vale la pena farlo notare, di stampo altamente romantico in quanto fortemente concentrati sull’io lirico, sul singolo e i suoi sentimenti. Però non sempre “il naufragar [m’]è dolce in questo mar“, anzi tutt’altro: il labirinto ci dà fastidio, suscita in noi paura e inquietudine.

L’uomo, essere finito, materiale, imperfetto, è attratto dal concetto di labirinto perché esso identifica fisicamente le sue angoscia interiori, la sensazione di essere prigionieri sia in una stanza sia in uno spazio infinito ma vuoto e privo di qualsivoglia significato. L’infinito rende claustrofobia: è così perché in uno spazio illimitato, non potendone vedere i limiti appunto, non siamo in grado di comprenderlo. Per cui noi ci sentiamo troppo piccoli nell’universo, il labirinto che alla fine contiene tutti gli altri, così come dovettero sentirsi piccoli nel Seicento quando Copernico, Keplero e Galileo spiegarono al mondo che era solo un piccolo pianeta orbitante attorno al sole. E noi oggi, così come il cardinal Bellarmino, la Chiesa e gli aristotelici dell’epoca, reagiamo nello stesso modo, col rifiuto dell’assoluto.

Proprio a partire da questo sentimento nascono i racconti di Kafka e Buzzati o alcune delle città invisibili di Calvino: il fatto che la città di Pentesilea possa essere e non essere allo stesso tempo centro e periferia ci lascia domande irrisolte, quasi negazione del principio di Parmenide di non contraddizione, che Aristotele aveva definito la base evidente e inconfutabile della conoscenza. Tali domande senza risposta danno fastidio all’uomo perché dall’Illuminismo in avanti l’umanità si è abituata a dover dimostrare tutto con la ragione, e quando si parla di assoluto, di infinito, la mente umana da sola non può più farcela.
Ecco cos’è il labirinto: un’idea, un luogo al contempo fisico e metafisico che racchiude l’angoscia umana per la solitudine, la tensione ad una verità irraggiungibile e l’anelito ad un infinito che può anche essere finito o non esistere affatto.
Infatti il castello del mago Atlante, il labirinto di perdizione di Orlando e degli altri eroi nel poema di Ariosto, è un luogo magico ed immaginario dal quale solo Angelica con l’aiuto di un anello magico (e dunque di un elemento irrazionale, irreale e fantasioso) riuscirà ad uscire e a spezzarne l’incanto.

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