• sabato , 23 Marzo 2019

I siberiani nella bidonville più grande d’Europa

Un muro di cemento, un noto street artist quale è Bansky e Steve Jobs. Il risultato è un sorprendete capolavoro che ritrae il noto cofondatore del marchio Apple con un rudimentale computer in mano e un sacco in spalla. L’artista ha voluto evidenziare il fatto che il padre biologico del celebre imprenditore è un immigrato siriano presentando l’opera con un comunicato stampa: “Siamo inclini a pensare che l’immigrazione rappresenti un danno per le risorse di un Paese e invece Steve Jobs era il figlio di un migrante siriano. Apple paga circa 7 miliardi di dollari all’anno di tasse ed esiste unicamente perché l’America ha accolto un giovane uomo da Homs”.

Steve Jobs rappresentato da Bansky sul muro della bidonville più grande d’Europa

Il muro è quello all’ingresso della Giungla, a Calais, nel nord della Francia, luogo dove i siriani sono chiamati siberiani tanta è l’indifferenza nei loro confronti. E’ anche il luogo dove Emmanuel Carrère si è recato per compiere un’impresa insolita per un giornalista: scrivere un reportage (edito con il titolo A Calais) concentrandosi su ciò che non si legge sui giornali e non si vede nei documentari ossia sulla città e sui suoi abitanti. Non sui migranti reduci da una lunga odissea che vivono nella baraccopoli più grande d’Europa fuori dalle porte della città, dopo aver compiuto un viaggio lungo, travagliato ed eroico di cui Calais, che pur sembra un vicolo cieco, è solo una tappa.

Ma a Calais non è facile parlare d’altro.

Migranti diretti a Calais

Nelle prime pagine Carrère racconta di aver ricevuto una lettera da una giornalista locale sotto pseudonimo, Marguerite, che cerca di dissuaderlo dallo scrivere anche lui di Calais.

Che è venuto a fare qui? Si è ritagliato una quindicina di giorni tra il Regno e la sua prossima fatica letteraria per dormire al Maurice, scrivere qualche pagina su un giornale e dire la sua sulla nostra città?

E così via per otto pagine “più tristi che crudeli”. Questa missiva fornisce a Carrere la cornice dell’intero lavoro. In un continuo botta e risposta con l’anonima giornalista costruisce il suo quadro. Un capolavoro che tratta della sua permanenza di 15 giorni in quella che si dimostrerà essere una città vuota, spenta, abbandonata nella quale tutto gira intorno alla bidonville.

Osserva, le paure e la rabbia di una popolazione locale distrutta dal tempo e dalle speranze ormai divenute vane che la città possa tornare quella di un tempo. Sfiducia nel domani e negli altri che si trasforma in paura verso altri uomini, altre donne e bambini sconfitti da tutto e obbligati a fuggire dal loro paese. Quello che ne risulta è un incontro tra disperati che si risolve in una convivenza impossibile.

Migranti a Calais

Ma qualcuno che ancora ci crede c’è, si tratta di Ghizlane una mamma che fa giocare i suoi figli con quelli dei migranti, lascia loro usare le prese di casa sua per ricaricare i cellulari senza mai ricevere alcun danno.

Lei guarda il mondo con occhi diversi, in lei vive la speranza che qualcosa possa ancora cambiare.

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